Esiste un limite oltre al quale non si può andare senza calpestare la dignità umana?
Vivere sopra a cumuli di immondizia, all’interno di pezzi di lamiere messi insieme in qualche modo, in un ambiente malsano e maleodorante, è una vita possibile per qualsiasi essere umano?
No, la risposta perentoria è che tutto ciò non è possibile.
Eppure, nel mondo, un miliardo di persone vive così, soprattutto nelle città dei paesi poveri. Ma anche gli sterili numeri possono sconcertare: se nel 1950 il 68% delle popolazione mondiale viveva nei paesi poveri, nel 2030 essa rappresenterà l’85%.
E se completiamo questo dato riflettendo sul fatto che sempre più persone vivranno in città - nel 1950 il 30% della popolazione viveva in aree urbane, nel 2000 si era già raggiunto il 47% - , ciò significa che sempre più persone vivranno, o meglio sopravviveranno, nelle baraccopoli. Più o meno tre miliardi di persone nel 2050.
E per chi finora è stato attento a questo ragionamento, ha notato che il numero di queste povere persone è triplicato dall’inizio dell’articolo, in poche manciate di anni. Le baraccopoli sono un “non luogo”, spesso e volentieri sorgono vicino ad aree urbane ben sviluppate, nascoste alla vista da qualche palazzo.
Ci si avvicina come se fossero delle riserve, un “altro mondo” dove vigono regole speciali, stili di vita particolari. A Larache, in Marocco, le lamiere sono appoggiate in un’architettura che ricorda un castello fatto di carte da gioco. Da fuori sembra una scatola di latta, ma se ci si avvicina si cominciano a intravedere piccoli cunicoli, senza luce, con rivoli di acqua putrida.
Sono le strade. Le persone vivono una sopra all’altra, non ti guardano e, se lo fanno, non hanno una bella espressione. Come non capirli, lì la sopravvivenza quotidiana ha perso quasi del tutto ogni speranza di dignità.
Ma la tendenza ad abbandonare le aree rurali e le famiglie allargate, vere e proprie reti sociali nei paesi poveri dove non esistono praticamente sostegni sociali capillari, non si arresta. La certezza di non poter garantire la sopravvivenza alla propria famiglia, o la speranza di poter migliorare leggermente uno stile di vita estremamente povero, fanno sì che le persone ripongano molte speranze nella città.
Perché nelle aree urbane ci sono le fabbriche, le amministrazioni centrali, le scuole, gli ospedali, il commercio e una densità di popolazione tale da garantire un buon mercato a qualsiasi attività. Però nelle città, se si è poveri, si perde lo spazio vitale per poter sopravvivere.
Generalmente le persone senza risorse arrivano nelle aree urbane con poche prospettive. Si insediano in aree esterne e spontanee, totalmente abusive e prive di ogni servizio di base: elettricità, acqua, servizi igienici. Ogni famiglia occupa una porzione di terreno, erige un alloggio di fortuna e, nei giorni successivi, gli adulti si recano al centro della città per cercare qualche impiego.
È esattamente in questa situazione di precarietà che inizia il dramma di molte famiglie, quindi di molti bambini. Se non ci si riesce ad integrare facilmente, il problema di non avere una rete sociale conosciuta (parenti, vicini) fa sì che i genitori non sappiano a chi affidare la prole mentre cercano degli impieghi anche temporanei. Inoltre molti nuclei familiari si sfaldano sotto al peso dell’emarginazione.
La fine di questo degrado è l’abbandono o lo sfruttamento minorile.