Il partito d’opposizione continua a radunare i propri supporter nelle strade, apparentemente per cercare lo scontro con la polizia; è molto probabile che le proteste continueranno finché non si arriverà ad una qualche forma d’accordo politico.
Wilhelm Huber – Direttore Regionale SOS Villaggi dei Bambini per l’Africa Orientale – spiega che una task force di emergenza è al lavoro, insieme all’ufficio nazionale di SOS Kenya, sulla proposta di una strategia di intervento per assistere le migliaia di sfollati, specialmente donne e bambini. Una serie di primi contatti è stata avviata con agenzie quali Croce Rossa Kenya e Medici Senza Frontiere, che stanno già lavorando sul campo per alleviare le sofferenze degli sfollati.
Di seguito, un’intervista con Peter Mungai, che da quindici anni dirige il Villaggio SOS di Eldoret.
 Per Mungai, Direttore del Villaggio SOS di Eldoret |
Qual è stato l’effetto delle elezioni a Eldoret?
«Negli ultimi cinque anni la città è cresciuta velocemente, diventando un centro di sviluppo per la produzione agricola, l’educazione, la finanza e l’industria. C’è un moderno aeroporto che, dopo un lungo periodo di crisi, sta rinascendo grazie anche alla presenza di quattro compagnie che offrono voli charter giornalieri.
Il miglioramento dei sistemi di trasporto, la crescita della formazione ai servizi del terziario fornita dalla Moi Univesity, la rinascita delle industrie e dell’area metropolitana sono fattori importanti nello sviluppo di un ambiente vocato al business, che fa di Eldoret un vero hub nella regione del North Rift.
Purtroppo questa crescita è stata seriamente danneggiata dal caos e dalla violenza del dopo elezioni. L’odio etnico ha spinto le comunità locali a farsi giustizia da sé con spregevoli crimini. Ciò determina un vero esodo di commerci e affari da Eldoret, che ha e avrà un enorme impatto negativo sulla crescita di cui dicevo».
Quando hai notato i primi segnali che le cose in città si mettevano male?
«Quando ho visto i primi roghi alle case».
Vivi a Eldoret da 15 anni. E’ mai accaduto qualcosa di simile prima?
«Nel 1993, ma non di così grave come ora»
All’interno del Villaggio la violenza ha toccato qualcuno direttamente?
«Dentro no, ma alcune mamme SOS che vivono in città hanno perso la propria casa e tutto quel che avevano».
E cosa è successo ai giovani SOS che vivono fuori dal Villaggio?
«Appena si sono sentiti sotto attacco li ho portati all’interno del Villaggio».
Avevi paura per i bambini, per i collaboratori e anche per te stesso?
«Sì, era questione di vita e di morte. Quanto a me, essendo un Kikuyu*, mi sono fatto coraggio per aiutare il mio staff e i bambini ad avere speranza. Devo ringraziare il nostro direttore nazionale, Keith Castelino, per il suo continuo supporto morale, con numerose telefonate ogni giorno e la dotazione di mezzi senza i quali le comunicazioni sarebbero state impossibili».
In che modo la violenza si è riflessa sulla vita di tutti i giorni? Potevate lasciare il Villaggio? Se no, come potevate procurarvi del cibo?
«Ci pensavano i nostri amici rimasti in città, che riuscivano a procurarselo nei supermercati. Io ho dovuto chiudere la Casa del Giovane per i ragazzi più grandi e trasferirli tutti in quella per i più piccoli, situata nella nostra scuola».
Qual era l’atmosfera nel Villaggio dopo il rogo della chiesa in cui sono morte 35 persone?
«Ci sentivamo terribilmente esposti. La nostra sicurezza era ed è Dio».
Il Villaggio è riuscito comunque ad assistere la comunità locale?
«Sì, le famiglie e lo staff hanno mandato vestiti alla chiesa in cui si radunavano le vittime. Abbiamo mandato anche molta legna da ardere».
La situazione negli ultimi giorni è migliorata?
«Sì».
Hai notizia di fatti positivi che siano comunque accaduti durante la settimana di violenze?
«No. Tutto è stato negativo».
Come vedi il futuro?
«Stiamo con i bambini e speriamo che la situazione continui a migliorare. Il Paese e la sua gente appartengono a Dio, e la speranza è l’ultima cosa da perdere. Chiediamo a tutti di pregare per noi».
* I Kikuyu sono il gruppo etnico più popoloso in Kenya, circa il 22% della popolazione.