“Nel 2001 ho fatto un viaggio in America Latina attraverso il Venezuela, Colombia, Ecuador, con degli amici. Arrivati a Quito non abbiamo potuto visitare i luoghi che avevamo in programma perché in quel periodo c’erano delle dimostrazioni da parte degli indigeni contro il governo, per ottenere migliori condizioni di vita.
Le strade principali per accedere ai luoghi da visitare erano bloccate per cui abbiamo deciso di non rischiare e di cambiare programma. Il proprietario dell’albergo, dove eravamo alloggiati, ci ha consigliato di andare ad ATACAMES, piccolo centro tranquillo di villeggiatura a nord di Quito sull’Oceano Atlantico.
ATACAMES ci è parso subito un luogo molto povero, piccolo, con persone disponibili e cortesi. Durante una cena in un ristorante abbiamo conosciuto il Sig. Franco, un italiano di Avellino che viveva da vent’anni in quel luogo come volontario presso il Villaggio SOS che accoglie bambini abbandonati. Non conoscevamo questa realtà e quindi abbiamo fatto parecchie domande sul suo funzionamento e sulla gestione.
Il Villaggio poteva esistere perché i bambini ospitati venivano adottati a distanza. In quel momento c’erano 120 tra bambini e ragazzi suddivisi in piccoli gruppi di sette/otto, tra piccoli e grandi, che vivevano in diverse case dove una donna faceva loro da mamma. A questa mamma veniva assegnata una somma mensile che doveva servire per il cibo, il vestiario, l’istruzione, la salute dei bambini proprio come fossero suoi figli. Il tutto veniva controllato dalla gestione generale del centro. Molto interessati, ci siamo quindi accordati con il Sig. Franco per andare a visitare il luogo.
Il mattino seguente, verso le 8.30 siamo arrivati al Villaggio SOS. Ci è parso subito un luogo molto bello, pulito e ordinato. C’era un grande spazio centrale coperto da un bel tappeto verde utilizzato per il gioco e tutt’attorno delle case singole in muratura. Erano le case dei vari gruppi di bambini e ragazzi.
Franco ci ha accolti nella casa di accoglienza per gli ospiti di passaggio dove abbiamo parlato ancora dei bambini. Ci ha raccontato di alcune situazioni di abbandono, di malattia, di estrema povertà, di usi e costumi della gente del posto.
Una cosa che ci ha impressionati, ad esempio, è stato il fatto che se una mamma rimane sola con i suoi figli, se si risposa deve lasciare questi bambini perché il nuovo marito non intende mantenerli. Ma dove li lascia? Se ci sono dei parenti che si possono prendere cura di loro, bene, altrimenti vengono abbandonati o portati al Villaggio.
Qui abbiamo conosciuto un ragazzino di dieci anni, Jennifer, molto bello, sorridente, attento ai nostri gesti. Qui i bambini trovano la serenità e l’affetto di una mamma che dedica loro tutte le sue energie. Si sentono amati e hanno davanti a loro un futuro diverso da quello che avrebbero avuto nella famiglia natale. Studiano, imparano un lavoro, si rendono autonomi, capiscono l’importanza della famiglia, crescono con valori personali e sociali.
Siamo rimasti colpiti favorevolmente da questo incontro, per cui abbiamo deciso di procedere all’adozione a distanza per aiutare questi bambini ad uscire dalla miseria, sapendo che quel poco che noi facciamo è per loro il ritrovamento di una nuova vita che li porterà ad essere uomini e donne consapevoli della loro dignità e dei loro compiti.” Nicola Girardi