 Patrick, Villaggio SOS di Rustenburg, Sud Africa |
Nei suoi occhi c’è tutta la vivacità, irrefrenabile ma al tempo stesso dolce, di un bambino di un anno e mezzo. Un bambino che il 4 febbraio 2006, giorno della sua nascita, sarebbe stato condannato a una vita fatta di miseria e di difficoltà, con un padre e una madre senza alcuna possibilità di occuparsi di lui.
La salita è durata otto mesi, fino a quando è stato accolto nel Villaggio SOS di Rustenburg, in Sud Africa.
Quel bambino si chiama Patrick, ed è il più piccolo tra i ventuno ospiti del Villaggio.
Nella sua casa vive protetto dalla bambagia di serenità cui ogni bimbo ha diritto: corre e si diverte senza sosta, attratto da tutto quel che lo circonda. Il suo gioco preferito è rubare il cellulare della sua mamma SOS, Goitsemang, per usarlo come fosse un fischietto.
Ecco perché Goitsemang non lo perde di vista un attimo.
Il loro legame è intenso: quando non è alla scoperta di qualcosa di nuovo, Patrick passa il tuo tempo in braccio alla mamma SOS, il suo rifugio preferito. Poco tempo fa Patrick ha avuto qualche problema di salute. “Rifiutava il cibo – dice Kerileng Mushi, direttrice del Villaggio SOS –. Questo ci ha fatto temere fosse sieropositivo al virus HIV/Aids. Il test, per fortuna, è stato negativo”.
È inevitabile pensare che cosa sarebbe stato di lui se, invece che nel Villaggio SOS, si fosse trovato nell’ambiente in cui è nato: chi, e come, avrebbe potuto fare quel test?
Quali cure avrebbe ricevuto?
Al Villaggio SOS di Rustenburg, Patrick ha trovato un’altra vita: affetti stabili e duraturi, educazione e istruzione, la possibilità, tra qualche anno, di imparare una professione sulla quale costruire la propria vita come uomo autonomo e responsabile.
In altre parole, la possibilità di avere un futuro.
Se quello di Patrick è ancora tutto da disegnare, il futuro di Ntombi ha già la forma del desiderio: “Voglio diventare avvocato: mi piace l’idea di aiutare le persone che abbiano problemi e far del mio meglio per aiutarle a risolverli”. Ntombi ha 13 anni, ed è la maggiore delle due sorelle SOS di Patrick; l’altra si chiama Letti, e di anni ne ha 12.
Due adolescenti che, accolte al Villaggio di Rustenburg, si sono lasciate alle spalle un mondo di miseria per una vita normale, fatta di studio e di svago. Ntombi, in particolare, ha la passione del «netball», un gioco simile al basket.
Lei e Letti, inoltre, amano praticare i canti e le danze tradizionali del Sud Africa, Paese che Nelson Mandela ha ribattezzato «la Nazione Arcobaleno» (The Rainbow Country) proprio per la varietà di etnie che la popolano (vi sono riconosciute come ufficiali nove lingue).
 Il Villaggio SOS di Rustenburg |
Il Villaggio SOS di Rustenburg
Quando ci arriviamo, in una giornata di fine agosto così calda che pare rubata alla nostra estate (mentre lì è quasi la fine dell’inverno), rimaniamo un po’ interdetti.
Ci aspettiamo un Villaggio SOS come i tanti altri presenti nel mondo: un ingresso, un’area per la direzione, un’altra con le case-famiglia, un’altra per i giochi dei bambini.
Invece, entriamo nel pieno di un grande quartiere con centinaia di abitazioni.
Si tratta di Thlabane West, il sobborgo di Rustenburg in cui è integrato il Villaggio SOS, e dove le tredici case di quest’ultimo si mischiano a quelle di altre famiglie. L’unica cosa che le distingue sono le pareti esterne, con i mattoni a vista.
“Questo tipo di struttura, integrata nel quartiere, è già stata sperimentata in un altro Villaggio SOS sudafricano, a Nelspruit, ed è di grandissimo aiuto per il nostro lavoro – spiega la direttrice del villaggio di Rustenburg, Kerileng Mushi –. SOS Villaggi dei Bambini persegue con forza l’integrazione dei propri bambini e ragazzi nella comunità in cui si trova il Villaggio, e il fatto di non avere un confine definito è una spinta fortissima in quel senso.
Come tutti i ragazzi SOS, anche i nostri frequentano le scuole e le altre strutture del quartiere e della città. Poi, nel tempo libero, a loro basta andare in strada e trovare qualche altro ragazzo del quartiere con cui giocare. Ciò aiuta i ragazzi a non sentirsi etichettati come membri di un gruppo chiuso, ma al contrario a essere pienamente parte del quartiere.
E anche i parenti dei bambini sono agevolati nel mantenere i contatti con loro”. Nel Villaggio lavorano cinque mamme che, come abbiamo detto, si occupano di ventuno tra bambini e ragazzi.
“Adesso ogni mamma cura tra i 3 e i 4 ragazzi – dice Kerileng –, ma siamo organizzati affinché ognuna di esse possa occuparsi di una famiglia con 8 piccoli”.
Il Villaggio SOS di Rustenburg è entrato a far parte della campagna “6 villaggi per il 2006”, con la quale SOS Villaggi dei Bambini è stata charity ufficiale dei Mondiali di calcio Fifa Germania 2006.T
ra le ragioni che lo hanno incluso nella campagna c’è la sua collocazione in un contesto particolarmente difficile. Le trasformazioni economiche e sociali verificatesi in Sud Africa dopo la fine dell’Apartheid sono state molte e importanti; ma la distanza che divide i poveri dai ricchi non si è ridotta.
In più, il virus HIV/Aids è sempre più diffuso: la provincia del Nord Ovest, in cui si trova Rustenburg, è tra le più colpite. Nella sua prospettiva futura, il Villaggio SOS ospiterà sempre più bambini toccati dal virus: al momento, ci vivono due piccoli sieropositivi.
Il programma di rafforzamento famigliare
Tre ore di automobile dividono Rustenburg da Ennerdale, sobborgo di Johannesburg. Qui c’è il primo Villaggio SOS costruito in Sud Africa, nel 1984; ora accoglie oltre 160 bambini e ragazzi. E c’è anche il Centro di Sviluppo Sociale SOS, punto di riferimento per l’assistenza ai quartieri più poveri di Ennerdale. In uno di essi, tocchiamo con mano cosa significhi vivere con quasi niente.
Le case sono baracche di alluminio, freddissime all’interno malgrado fuori faccia un bel caldo. Quel freddo è quanto rimane della notte appena trascorsa. I cortili davanti alle case sono distese di polvere rossa e fine, dalla quale non c’è modo di liberarsi: entra nelle case, si accumula sui vestiti e sui capelli. I più fortunati del quartiere sono coloro che hanno un piccolo pollaio o un orticello, per avere uova, galline e verdure da vendere e con cui nutrirsi.
Ma migliaia di altri non hanno nemmeno quello. Vulnerabili e povere, le famiglie si disgregano con drammatica facilità. Per aiutarle, il Centro di Sviluppo Sociale SOS gestisce il Programma di Rafforzamento Familiare. Centinaia di volontari intervengono nei quartieri per garantire alle famiglie un’assistenza di base. Il loro è un aiuto essenziale: alla povertà, infatti, si aggiunge la tragedia dell’HIV/Aids, che decima la popolazione. Molti bambini, a causa del virus, sono orfani; altri sono malati o nascono sieropositivi. Ai più bisognosi, SOS Villaggi dei Bambini porta cibo e altri generi di conforto.
I volontari accompagnano i bimbi a scuola e li riportano a casa. Oppure aiutano le famiglie nelle attività più semplici: cucinare, lavarsi, rammendare i vestiti, tenere in ordine la casa. “Alcune situazioni sono disperate”, dice Tumi, una delle assistenti al Programma “C’è una famiglia in cui il padre è morto e la madre è malata terminale, bloccata a letto. Sua figlia ha 18 anni e deve occuparsi di lei, dei fratellini di 5 e 4 anni e della propria figlia di quasi 2 anni.
Stiamo cercando di far accogliere i piccoli in un asilo; inoltre, passiamo alla famiglia indumenti usati e una volta al mese consegniamo provviste di cibo. Stiamo cercando anche di far assegnare alla madre un assegno di invalidità, in modo da avere una rendita fissa; il processo burocratico è lungo e complesso, ma dovremmo farcela.
Infine, stiamo riuscendo a somministrare alla mamma con regolarità i farmaci antiretrovirali”. La situazione rimane comunque drammatica, e per i bambini è una vera e propria emergenza. Il Programma SOS sta impiegando ogni sua risorsa per fronteggiarla, e cercare di migliorare il presente e il futuro della comunità.