
Ahmed Ibrahim, Direttore di SOS Villaggi dei Bambini in Somalia
|
“Ricordo che mi piaceva andare al cinema e starci fino a tardi la sera, e dopo incamminarmi verso casa”, ci ha detto Ahmed Ibrahim, direttore di SOS Villaggi dei Bambini Somalia. “Nel periodo del Ramadan la gente stava fuori tutta la notte, qualcuno alla moschea, qualcun altro a divertirsi, al cinema per esempio, fino a notte fonda, perché dopo era consuetudine consumare l’ultimo pasto, e la gente era in giro dappertutto, come di giorno.”
È difficile credere che Ahmed Ibrahim stia parlando di Mogadiscio, capitale della Somalia, un tempo un’incantevole località dalla tipica architettura costiera araba con una sublime qualità della vita. Guardando a Mogadiscio oggi, saccheggiata, distrutta e devastata dalla guerra, sembra incredibile che Ahmed stia parlando dello stesso posto.
Come Ahmed ricorda la sua infanzia a Mogadiscio la sua faccia si fa triste. Ricorda quanto la città fosse tranquilla: “Anche paragonata alla Nairobi di oggi – Mogadiscio era ancora più pacifica. I negozi restavano aperti fino alle 11 di sera e la gente andava in giro, incontrandosi e scambiandosi saluti e chiacchierando. Mogadiscio era un posto pacifico.”
C’è ancora speranza
Poi nel 1991 è arrivata la guerra. Ahmed distingue i 16 anni tra il 1991 ed oggi in due periodi distinti. La prima fase va dal 1991 al 1995, quando nonostante il fatto che alcuni se ne andassero e alcuni restassero, tutti erano comunque ottimisti. “Nonostante il governo fosse stato rovesciato”, ha spiegato Ahmed, “un altro governo era stato instaurato e la speranza continuava a crescere, lentamente ma cresceva.”
Quando cadde il governo intervennero le Nazioni Unite, ha continuato Ahmed, e la gente sperava ancora che le Nazioni Unite avrebbero insediato un altro governo che si preoccupasse delle infrastrutture e della gente somala. Le Nazioni Unite avviarono il Programma Riportare la Speranza (con il sostegno degli Stati Uniti), un programma studiato con l’obiettivo di sfamare oltre un milione di persone.
Fallisce il tentativo di riportare la speranza
La situazione precipitò con il dirottamento delle donazioni di cibo da parte dei signori della guerra locali. Tuttavia, secondo Ahmed, le Nazioni Unite non avevano né un piano né un mandato per una soluzione politica e, a causa della presenza dei clan (l’area di Mogadiscio in particolare era sotto il controllo di due clan), la situazione è andata sempre più peggiorando.
Nel 1995 le Nazioni Unite si ritirarono dalla scena e, secondo Ahmed, cominciò la seconda fase. Il numero dei signori della guerra a Mogadiscio aumentò notevolmente e in questo modo la città si trovò divisa in quattro distinte aree, ciascuna controllata da un signore della guerra. Blocchi stradali vennero istituiti in tutta la città e l’accesso venne consentito solo dietro pagamento. A questo punto molte più persone cominciarono a lasciare il paese spesso come rifugiati in Yemen, attraverso il Golfo di Aden. Fecero questo, spiega Ahmed, perché avevano perso tutta la speranza che le Nazioni Unite con il loro programma avevano stabilito di voler riportare.
Il Villaggio SOS come esempio
Come ha resistito Ahmed in questo periodo e perché è rimasto? “Non è stato facile, ma essendo con SOS Villaggi dei Bambini prima della guerra e poi dopo, e vedendo che la nostra organizzazione stava facendo qualcosa per la gente proprio nel momento di maggior bisogno, mi sono convinto a rimanere e a fare del mio meglio per la mia gente. Questo è qualcosa che ho imparato da SOS, anche grazie al personale straniero, come le suore italiane e il direttore regionale (Willy Huber, di origini italiane): questo ha convinto anche me a rimanere. Mi è veramente venuto dal cuore.”
Ahmed ora guida da Nairobi le attività di SOS Villaggi dei Bambini in Somalia, sebbene torni spesso a Mogadiscio. “Ma non voglio stare a Nairobi per sempre”, ha detto, “Sono comunque a Mogadiscio, perché lavoro a stretto contatto con l’ufficio regionale. La mia sensazione è di essere ancora lì a Mogadiscio, e di sostenere lo staff nei momenti più difficili come quello attuale.”
Durante gli ultimi scontri a Mogadiscio quando è stato necessario evacuare i bambini e le mamme dal Villaggio SOS e sistemarli in altre aree della città, Ahmed era in contatto con un network di persone dello staff, così nessuno si è sentito abbandonato, anche se bambini, mamme e collaboratori sono stati sparpagliati all’interno della città. “Nonostante fossimo tutti in posti differenti,” ha detto, “stavamo ancora lavorando insieme.”
Un futuro preoccupante
Cosa pensa Ahmed del futuro? Ha ancora qualche speranza?
Per parlare del futuro Ahmed deve analizzare il presente: per prima cosa, ha detto, oggi ci sono interferenze straniere, con loro interessi particolari, situazione che la Somalia non ha visto per almeno dieci anni; inoltre, continua, sono in gioco altre nuove fazioni che prima non erano implicate. In passato era consuetudine che fossero i capi clan a risolvere i problemi, ma la soluzione ai problemi attuali, ha la sensazione, sono al di sopra delle capacità della Somalia. In terzo luogo, ha detto, la gente è sempre più disperata e si stanno diffondendo nuove tattiche, come gli attentatati suicidi; e infine, e forse e la cosa peggiore, negli ultimi combattimenti sono state distrutte molte strutture scolastiche e in questo modo i giovani di Mogadiscio non hanno posti dove studiare, e rischiano di restare senza istruzione.
Le conclusioni di Ahmed? “Sembra che il futuro della Somalia si stia facendo più cupo e una soluzione sempre più lontana”, ha concluso. “C’è ancora molto lavoro da fare per SOS Villaggi dei Bambini.”