I rivoltosi chiedono che il presidente Rene Preval si dimetta. Le forze Onu hanno riportato un po’ di calma, e la Guardia Costiera Usa è all’erta su eventuali movimenti di immigrati. Gli haitiani, spinti dalla fame, sono scesi in strada dimostrando dapprima nella città di les Cayes, quindi nella capitale Port-au-prince, dove negli scontri sono rimaste uccise almeno cinque persone.
Il direttore nazionale di SOS Villaggi dei Bambini Haiti, Celigny Darius, la rivolta non ha causato danni alle strutture, ai collaboratori e alle famiglie SOS. A Port-au-prince, il programma di rinforzamento familiare, la scuola elementare e gli uffici nazionali sono stati chiusi dall’8 di aprile. L’11 c’è stato un tentativo di tornare al lavoro, ma la situazione non lo ha consentito.
Mercoledì scorso, sulla base di quanto chiedevano i dimostranti, il presidente Preval ha promesso la riduzione dei prezzi per i prodotti locali, ma non di quelli importati.
L’aumento dei prezzi del cibo è un fenomeno di portata mondiale; tuttavia, in nessun altro luogo l’impatto è devastante come ad Haiti, dove l’80% della popolazione vive con meno di 2 dollari al giorno. Solo l’Afghanistan e la Somalia hanno un deficit pro capite più alto. La gente del luogo è sceca in piazza, e i leader delle comunità locali hanno chiesto al governo di retrocedere dalle politiche liberiste per creare punti di vendita comunitari a prezzi imposti.
La maggior parte dei centri di produzione agricola di Haiti è stata abbandonata nel momento in cui i contadini hanno dovuto fare i conti con un territorio decimato dall’erosione, dalla deforestazione e dalle tempeste tropicali. Per cercare un profitto, i pochi produttori rimasti hanno fissato prezzi dichiaratamente alti rispetto a quelli dei prodotti di importazione americana (dove i produttori beneficiano di generosi sussidi governativi).
Giovedì scorso la situazione nel paese è parsa tornare alla normalità, anche se una rivolta è stata segnalata ad Arcahaie, un’ora a nord di Port-au-prince.