Lamzira: il nome del sorriso 


15/10/2009
- Mentre corre sotto la pioggia riparandosi con un ombrellino mezzo rotto, Lamzira continua a sorridere. Ci saluta con la mano quando entra nel cortile e si scusa a gran voce per il ritardo: "La riunione genitori-insegnanti è oggi, ma ho chiesto un permesso per incontrarvi", dice sorridendo. Per troppo tempo il suo viso non aveva conosciuto altro che un triste sguardo.


(photo from SOS Archive)

Il programma di rafforzamento familiare di Kutaisi, in Georgia, è stato lanciato tre anni fa con l'obiettivo di migliorare le condizioni di vita dei genitori che erano a rischio di abbandonare i loro figli per povertà, malattie e problemi sociali. Fino ad oggi circa 300 famiglie sono state incluse nel programma SOS e questa è la storia di una di loro.

Nata e cresciuta a Sukhumi, nella regione separatista di Abkhazia, Lamzira sperava di poter avere una vita tranquilla e pacifica come bibliotecaria della sua città, sposarsi e diventare madre. Subito dopo la laurea presso l'università locale, la ragazza si è sposata e ha dato alla luce una bambina. Da quel giorno è cominciato il suo inferno.

La guerra è scoppiata in Abkhazia e la popolazione georgiana è dovuta fuggire in altre parti del paese. La famiglia di Lamzira, come la maggior parte dei rifugiati, si era stabilita a Kutaisi, in un piccola stanza di un vecchio e decadente edificio scolastico. Sedici anni dopo, Lamzira e altre quindici famiglie vivono ancora lì.

Le condizioni di vita sono dure: dal tetto entra l’acqua quando piove, le finestre sono rotte, le cucine improvvisate nel corridoio, problemi di energia elettrica, pavimenti in rovina attraverso cui si può vedere la cantina di sotto, scale tremolanti, gabinetti esterni e un odore stantio di avara disperazione.

Lamzira spinge una tavola di legno appoggiata al muro: è la porta del suo monolocale. All'interno ci sono un vecchio letto di metallo, due divani consumati, due piccoli tavolini e un armadio logorato. Solamente il sorriso di Lamzira risplende in queste buie stanze.


(photo from SOS Archive)

La donna ci racconta la sua storia:

“Anche se la stanza è piccola, eravamo felici 16 anni fa. C’era un po' più di luce e la nostra seconda figlia era nata da poco. Mio marito aveva trovato lavoro come operaio. Per quattro anni abbiamo vissuto in povertà, ma felici.

Il nostro terzo figlio è morto dopo otto mesi. La sua morte mi ha distrutto. Non c'è niente di peggio per un genitore che dover seppellire un figlio. Ho smesso di uscire, rimanevo seduta per ore pensando a cosa avessi fatto di sbagliato per essere punita in questo modo. Ma la vita è un cammino misterioso ed imprevisto, e col tempo sono riuscita ad uscire dalla mia depressione.

Un anno dopo ho perso un altro bambino. È nato morto. Sono caduta nuovamente in angoscia e disperazione. Ho tirato avanti come meglio potevo, convinta che questa fosse l’ultima dura prova che avessi dovuto sopportare.

La mia quinta gravidanza è andata bene e ho dato alla luce un bambino sano. O almeno è quello che pensavamo. Durante il parto ho perso tanto sangue e hanno dovuto farmi una trasfusione. Due anni più tardi sono stata contattata dall'ospedale di maternità, che mi ha chiesto di fare una visita di controllo, per tutta la mia famiglia.

Il sangue che avevano usato per la mia trasfusione era stato donato da una persona che poco tempo dopo era morta per infezione da HIV. Non potevo crederci. Mio marito e le  due bambine sono state trovate negative al virus, ma i risultati sono stati duri per me e nostro figlio. Eravamo entrambi positivi al test dell’HIV.


(photo from SOS Archive)

È stato allora che ho perso ogni speranza. Volevo giustizia. La rabbia mi ha travolto, volevo citare in giudizio l'ospedale. La mia vita stava per finire ed avevo una crisi di nervi. Ho iniziato a bere. Ho bevuto tanto. L'alcol è stato l'unico conforto che ho trovato, essere ubriaca è stato il mio unico rifugio.

Non ho mai nascosto di essere sieropositiva. Tutti i miei vicini, amici e parenti lo sapevano. Ho subito informato scuola materna di mio figlio. Gli insegnanti sono stati molto gentili ma non era la stessa cosa con i genitori.

Le mamme volevano cacciare mio figlio dall'asilo o almeno non averlo nella stessa stanza con i loro figli. Ho cercato di parlare con alcune di loro, di spiegare come la malattia si sviluppa, ma le loro risposte erano piene di disprezzo. Non ho mai sentito parole più dure contro di me. Stavo vivendo un incubo. Perché doveva capitare proprio a me?

Un’associazione locale che lavora con le persone infette da HIV ci sosteneva per le cure. Prendevamo le medicine, ma stavo aspettando di morire da un giorno all’altro. La mia famiglia stava cadendo a pezzi, le mie bambine e mio marito soffrivano vedendomi in quello stato, mio figlio era spaventato e aveva bisogno di sua mamma, eppure io non riuscivo a fare niente.

Un giorno ho incontrato Lela, un’assistente sociale e coordinatore del programma di sostegno familiare di SOS Villaggi dei Bambini Georgia. L’ho conosciuta per caso nel cortile di casa nostra, due anni fa. Stava già lavorando con altre famiglie del mio palazzo, abbiamo parlato un po’ della mia situazione e mi ha proposto di avere un incontro nel suo ufficio per conoscermi meglio.


(photo from SOS Archive)

Dopo averle raccontato la mia triste vita, SOS Villaggi dei Bambini Georgia ci ha accolti come beneficiari del programma di rafforzamento familiare. Io ero contenta per i miei figli, che potevano finalmente mangiare regolarmente, lavarsi e ricevere qualche vestito usato per cambiarsi. Lela però insisteva anche per migliorare la nostra situazione emotiva e familiare. Perché, ho pensato? A quale scopo?

Abbiamo cominciato ad organizzare degli incontri regolari. Parlavamo per ore e Lela mi ha aiutato molto a superare la mia crisi, mi ha consigliato come diventare una mamma più attiva e partecipe ai bisogni dei miei figli. Ho smesso di bere ed ormai non tocco un alcolico da 2 anni.

Ho cominciato a vedere la bellezza della vita dopo tanta sofferenza, mi diverto a ridere di nuovo con i miei bambini. La vita può essere dura, ma se non ci facciamo forza per superare questi eventi, il tutto diventa ancora più difficile.

Mio figlio ha ormai iniziato la scuola ed io sono diventata un membro del comitato dei genitori. Ho iniziato a seguire meglio le mie bambine, aiutandole con i compiti ed i problemi quotidiani.

Questa è la mia vita adesso: ho fatto scappare quella triste donna malata ed ho aperto la strada ad un nuovo sorriso. Non so quanto tempo mi rimanga da vivere, ma sono felice di stare con la mia famiglia. La mia unica preoccupazione costante è la salute del mio ragazzo. Ora fa la terza elementare, è bravo in matematica e gli piace giocare con i suoi compagni di scuola. Questi genitori sono diversi da quelli che avevamo incontrato all’asilo. Loro non vietano ai loro figli di giocare con il mio bambino. Sono troppo poveri, come noi.


(photo from SOS Archive)

Forse la nostra lotta comune contro la povertà gli permette di capire meglio la nostra situazione. Forse adesso che sono più serena con me stessa, posso combattere meglio contro la nostra malattia e contro chi la disprezza. Mi vedono come Lamzira, una sorridente quarantenne con qualche chilo di troppo. Vedono mio figlio come un bambino di 8 anni, proprio come i loro figli. Forse devo ringraziare il programma SOS, per avermi supportato con affetto ed impegno.”

Lamzira ci chiede se ci piacerebbe vedere suo figlio. La scuola è appena dietro casa e così andiamo a trovarlo. Finite le lezioni, il piccolo corre in braccio alla sua mamma e gli mostra un foglio. Ha preso ancora 10 in matematica! Sorride timidamente e poi corre di nuovo dai suoi amici. Sembra un piccolo gentiluomo nella sua uniforme della scuola in bianco e nero. Ha gli occhi chiari, gli piace giocare a nascondino e sorride come la sua mamma. Il suo nome è Giorgi.


(photo from SOS Archive)

Lamzira continua le sue cure e grazie al programma di sostegno familiare di SOS Villaggi dei Bambini Georgia, i suoi figli possono crescere più sereni. Sono tanti i bambini che non hanno avuto la loro stessa fortuna, abbandonati dai genitori che non hanno trovato una migliore soluzione alla loro povertà.

Nei Villaggi SOS della Georgia, questi bambini rimasti soli sono accolti in una nuova famiglia affettuosa, curati e protetti dai pericoli della strada. È grazie ai sostenitori a distanza che possiamo continuare ad assistere chi è rimasto senza famiglia, per assicurare anche a loro un futuro più sereno.

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