"Spesso ho sentito dire che l’infanzia è il periodo più felice nella vita di una persona. Forse è vero, ma per le altre persone. Non per me. Per me l’infanzia è stata sofferenza costante. Mi sentivo come se avessi un peso enorme sul petto e non potessi respirare. Odiavo ogni momento. Sapevo che da qualche parte c’era di meglio, lo vedevo anche intorno a me, eppure era così lontano da me.
Non riesco a ricordare chiaramente mia madre. E’ morta quando è nato mio fratello. Nella mia mente è un’ombra scura contro una porta aperta. Mio padre non ce la faceva con tre figli. Ha avuto un grave problema di salute e aveva sempre bisogno di aiuto. Per un certo periodo ci ha curati mia nonna, ma era troppo vecchia per poter seguire tutti e tre. Dopo aver cercato tutte le soluzioni possibili mio padre accettò di sistemarci in un orfanotrofio.
Odiavo l’orfanotrofio. Un palazzo umido e freddo, con i muri sporchi ed enormi camere da letto. La gente entrava e usciva, non provavo nemmeno a ricordare le loro facce.
Un giorno dissero a me e ai miei fratelli che saremmo andati al Villaggio dei Bambini SOS di Tbilisi. Io non ci volevo andare. Sicuramente questo posto sarebbe stato peggio. I miei fratelli mi convinsero, il più grande veniva spesso picchiato dagli altri bambini in orfanotrofio, così mi guardò e mi disse che sarebbe andato ovunque purchè non lo picchiassero più; allora accettai.
Non dimenticherò mai il mio primo giorno. Quando scesi dalla macchina vidi dei bambini che giocavano, altri correvano, si divertivano. Passai vicino a loro e tutti mi salutarono.
Ci portarono in una delle case. Una signora con i capelli corti aprì la porta, sentii subito un buon profumo di mangiare, il mio stomaco si lamentava. Entrammo e vidi altri tre bambini. Ci diedero il benvenuto e cantarono per noi una canzone. Risero e ci invitarono a mangiare.
Uno di loro si girò verso la signora e la chiamò “mamma”. Fui molto gelosa. Mia mamma mi ha lasciato prima che io imparassi a dire quella parola. Non avevo mai chiamato nessuno “mamma”. L’uomo che ci accompagnò disse che doveva andare. Disse che sarebbe tornato presto a vedere come stavamo e ci augurò buona fortuna nella nostra nuova casa e con la nostra nuova famiglia.
Fui scioccata, “nuova famiglia”? Questa donna e questi bambini sarebbero stati la nostra famiglia? Ma come era possible? La signora ci disse il suo nome e aggiunse che potevamo chiamarla così se preferivamo. Mio fratello maggiore chiese come la chiamavano gli altri bambini e loro in coro gridarono “mamma”. Disse che voleva farlo anche lui, e anche mio fratello più piccolo voleva chiamarla “mamma”. Io restai in silenzio. Mangiammo, ci lavammo, andammo nelle nostre stanze e dopo a comprare dei nuovi vestiti.
Quando andai a letto quella notte la signora venne ad augurarmi buona notte. Le chiesi se dovevo anche io chiamarla mamma. Mi rispose che potevo farlo solo se volevo. Disse che era lì per prendersi cura di noi, per farci stare bene e al sicuro, per mantenerci in salute, farci lavare i denti e darci tanto affetto. Mi stropicciò i capelli, mi diede il bacio della buonanotte sulla guancia.
Da quel momento ho iniziato a capire cosa significa avere una mamma. La mamma è sicurezza, calore della famiglia; la mamma è dolcezza, un pasto caldo, una sgridata per una marachella, un sorriso per un buon voto a scuola, la mamma custodisce tutti i nostri segreti, la mamma è amore. La mamma è una carezza nei capelli, il bacio della buonanotte. Mamma è la più bella parola del mondo e mi piace dirla.
L’autrice ha dedicato il tema alla sua mamma SOS Tamar del Villaggio dei Bambini SOS di Tbilisi.