Il Villaggio SOS di Malakal occupato e distrutto dai ribelli

In Sud Sudan la guerra continua nel silenzio

Juba, 30 giugno 2014 – Continuano gli scontri in Sud Sudan, nonostante il secondo accordo di cessate il fuoco, siglato dal Presidente Kiir e dal leader dei Ribelli Machar alcune settimane fa. I colloqui di pace, fissati a fine giugno, sono stati sospesi. 1 milione sono le persone sfollate e 300mila quelle che hanno dovuto lasciato il paese. L'epidemia di colera ha toccato Juba ed Equatoria Centrale (un piccolo stato del Sud Sudan). I funzionari del Ministero della salute hanno lanciato una campagna nazionale volta a informare la popolazione su sintomi e rischi della malattia. L'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e AMREF hanno incrementato i test a Juba: da metà giugno, sono stati segnalati 1.812 casi di colera e 38 decessi.

Durante le celebrazioni della Giornata del Bambino Africano del 16 giugno organizzato da Unicef, i bambini provenienti da varie parti del paese hanno chiesto pace e la fine delle violenza. Questa la poesia letta da alcuni di loro:
"Provate ad immaginare!
Ci stavamo preparando per il Natale, ma abbiamo ricevuto la guerra.
Aspettavamo la Pasqua, ma le nostre strade
sono state invase dalla morte.
Un fiume è arrivato a Juba. Era pieno delle lacrime di tutti i bambini.
Lacrime che provenivano dalla paura e che le loro parole non potevano raccontare.
Gli occhi hanno visto amici, fratelli, sorelle, madri e padri uccisi e stuprati”.
Notizie dal Villaggio SOS di Juba.

I nostri ragazzi e lo staff stanno bene. Sono stati tutti vaccinati contro il colera. Ci sono stati casi di malaria ma senza conseguenza gravi. Si è lavorato molto per ottenere i documenti necessari per evacuare i bambini e i ragazzi da Juba e portarli in Uganda. Il Governatore dell’Upper Nile State (sotto la cui giurisdizione ricade Malakal) ha negato per ora il permesso al trasferimento richiesto. SOS Villaggi dei Bambini sta cercando soluzioni alternative. A Juba il canone è aumentato (34mila euro al mese) ed è insostenibile.

Ricordi di Malakal e la storia di Sebit.

Fino Muellenmeister, un fotoreporter freelance è stato a Malakal e ha raccontato che “Il Villaggio SOS di Malakal è stato ormai occupato dai militari. La casa, una volta amorevole, è stata saccheggiata, svuotata. E’ un involucro ormai in rovina: i tetti sono accartocciati, i mobili rotti, gli effetti personali sparsi ovunque. Bellezza e serenità non appartengono più a questo luogo”.  
 

Isaac Sebit Awol ha 18 anni. E’ stato accolto nel Villaggio SOS di Malakal quando era molto piccolo. Lì ha trovato amore, fratelli, protezione. Studiava tanto perché sogna di diventare ingegnere. Sei mesi fa la guerra, l’inferno.

Sono preoccupato. Ho perso le certezze. Dicembre è stato sempre il mio periodo preferito. Una stagione allegra. Questa volta però è stata oscurata dal buio e dalla paura. Ricordo le esplosioni e le persone che fuggivano gridando e urlando. Era l’inferno. Mi trovavo nella Casa dei Giovani quando iniziò tutto. Ci siamo uniti pensando che ce l’avremmo fatta. Io c’ero quando sono entrati nel Villaggio SOS e hanno minacciato Isaac James (l’educatore del Villaggio SOS ndr.) di ucciderlo. Gli hanno puntato la pistola alla tempia gridandogli di dare loro tutto quello che aveva. Lui era irremovibile, ha detto che non potevano derubare i bambini e i ragazzi in difficoltà. Se ne andarono gridando che non ci sarebbe stata una seconda volta. La Mamma SOS mi nascondeva spesso sotto il letto. Quando i ribelli sono tornati lei era terrorizzata. Sapeva che se mi avessero trovato mi avrebbero portato via per reclutarmi. Dovevamo scappare. Non eravamo più al sicuro. Ho preparato in fretta i miei vestiti e ho iniziato a correre. Sono corso verso il fiume (il Nilo ndr.) ma non c’erano barche. Io e altri ragazzi ci siamo tuffati, nascondendoci tra le erbacce. Sopra le nostre teste solo spari. C’era tanta gente che gridava aiuto. Non tutti sapevano nuotare. Quante persone ho visto morire. E’ stato terribile. Siamo riusciti a raggiungere una barca e remato con le mani per fuggire. Dopo due giorni abbiamo incontrato Isaac James che era scappato con molti bambini del Villaggio SOS. Abbiamo percorso insieme 200 chilometri cercando riparo, cibo, sicurezza. Un’odissea. Eravamo tanti e, con noi, c’erano bimbi di appena due anni. Ricordo solo paura e fatica. Ora eccoci qua, a Juba”.

Sebit vive a Juba da tre mesi. E’ un ragazzo che ha cicatrici invisibili. Sono tutte nel cuore e nell’anima. "Non riesco a dimenticare tutte le persone che sono morte accanto a me, non posso cancellare dalla mia mente i cani e le anatre che mangiavano i corpi abbandonati sulle strade. Non riesco a spiegarmi come gli esseri umani possano decidere di essere così brutali, così spietati, così senza cuore. Sono preoccupato per i miei amici che non ce l’hanno fatta. Non so dove siano e cosa sia a loro capitato. Ora qui mi stanno aiutando a dimenticare ma so che sarà difficile. Il mio futuro? Voglio fare l’ingegnere ma non ho più alcuna certezza. Dove sarò domani? Potrò ancora studiare?”.