Scuola

Abbandono e dispersione scolastica in Italia: dati, cause, conseguenze e strumenti

La dispersione scolastica in Italia è un fenomeno profondo e preoccupante, che mette a rischio il futuro di migliaia di bambini. A causa dell’abbandono precoce degli studi, infatti, molti ragazzi e ragazze sono destinati a vivere una condizione di esclusione. E sono prevalentemente giovani stranieri, che vivono nel Mezzogiorno e hanno alle spalle famiglie povere.

Garantire a ogni bambina e bambino, ragazza e ragazzo l’accesso a un’istruzione di qualità significa rendere effettivo un diritto fondamentale che incide sulla possibilità concreta di scegliere il proprio futuro. L’istruzione, nella sua accezione più piena, è uno strumento di emancipazione individuale e collettiva: serve a costruire cittadinanza, a ridurre le disuguaglianze, a spezzare la trasmissione intergenerazionale della povertà. Soprattutto, serve a realizzare pienamente sé stessi, i propri talenti, le proprie potenzialità. Lo riconoscono la Costituzione italiana, che all’articolo 34 impegna la Repubblica a rimuovere gli ostacoli che limitano l’accesso alla scuola di tutte e tutti, e la Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza, che lega indissolubilmente istruzione e educazione allo sviluppo del potenziale umano.

Eppure, in Italia, il diritto all’istruzione continua a essere disatteso per una quota rilevante di giovani. La dispersione scolastica, nelle sue diverse forme, rappresenta una delle espressioni più gravi e silenziose di disuguaglianza e discriminazione, perché colpisce in modo particolare chi nasce in contesti di vulnerabilità sociale, economica o educativa. Non si tratta solo di chi abbandona i banchi prima del tempo, magari senza conseguire un titolo di studio, ma anche di chi frequenta la scuola senza riuscire ad acquisire le competenze essenziali per proseguire negli studi, entrare nel mondo del lavoro o partecipare attivamente alla vita democratica. Contrastare la dispersione scolastica significa dunque rendere effettivo il diritto all’istruzione per tutti, a partire dai più fragili. Una battaglia che passa prioritariamente dalla costruzione di un sistema educativo che non si può e non si deve limitare a selezionare chi ce la fa, ma che è chiamato ad impegnarsi affinché tutti ce la facciano. Altrimenti rischia di realizzarsi la distopia che denunciava don Lorenzo Milani, cioè quella di una scuola che è come “un ospedale che cura i sani e respinge i malati”.

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Tutti le sfumature del drop out scolastico: qual è la differenza tra abbandono e dispersione?

Che quello dell’abbandono scolastico sia un fenomeno tanto urgente quanto articolato lo testimonia anche la complessità del lessico che caratterizza le discussioni su questo argomento. In materia, infatti, si tende spesso a sovrapporre concetti che indicano sfumature diverse di uno stesso problema: la negazione, più o meno evidente, del diritto all’istruzione. Tra i termini più utilizzati in ambito tecnico c’è drop out scolastico, espressione mutuata dal contesto anglosassone che, nella comunicazione pubblica e giornalistica, viene spesso usata in modo generico per indicare chi esce precocemente dal sistema formativo. In realtà, il drop out è solo una delle forme possibili di dispersione, e coincide con l’abbandono scolastico vero e proprio: l’interruzione del percorso di studi prima del conseguimento di un titolo di scuola secondaria superiore o di una qualifica professionale. Il termine dispersione scolastica, invece, ha un significato più ampio e sfaccettato, che include l’abbandono, ma si estende anche a tutte le situazioni in cui il sistema scolastico non riesce a garantire un’effettiva riuscita formativa. Si parla quindi anche di bocciature ripetute, ritardi scolastici, frequenze discontinue, percorsi irregolari o permanenze a scuola prive di reali progressi. In questi casi, il problema non è solo l’uscita dal sistema, ma il fatto che quel sistema, pur formalmente frequentato, non riesce a svolgere la sua funzione educativa. Infine, altri concetti ricorrenti sono fallimento formativo o insuccesso scolastico, che mettono in luce le responsabilità del contesto scolastico e sociale nel non saper accogliere, sostenere e valorizzare tutti gli studenti, soprattutto quelli che partono da condizioni di svantaggio. A livello internazionale, si utilizza spesso l’acronimo ESL (early school leavers) per indicare i giovani tra i 18 e i 24 anni che hanno lasciato gli studi precocemente. È su questa base che vengono elaborati, a livello europeo, gli indicatori ufficiali per il monitoraggio della dispersione.

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Dispersione scolastica esplicita ed implicita: di cosa si tratta?

Per completare questo excursus della terminologia più utilizzata in tema di fuoriuscita dei ragazzi dal sistema di istruzione, c’è un’ultima distinzione che merita di essere approfondita ed è quella tra dispersione esplicita e implicita. Non tutta la dispersione scolastica, infatti, è visibile.

La dispersione esplicita coincide con l’uscita formale dal sistema scolastico e riguarda chi interrompe gli studi senza aver conseguito un diploma o una qualifica e non è iscritto ad altri percorsi di formazione. È la forma tradizionale di drop out, quella più facile da misurare e su cui di solito si concentrano le statistiche ufficiali e gli obiettivi europei di riduzione degli early school leavers.

Meno visibile, ma altrettanto allarmante, è invece la dispersione implicita, che riguarda gli studenti che frequentano la scuola, ottengono magari anche un diploma, ma escono dal percorso senza aver acquisito conoscenze e competenze fondamentali e quindi senza raggiungere i livelli minimi di apprendimento necessari per continuare negli studi, entrare nel mondo del lavoro o comunque partecipare attivamente e consapevolmente alla vita pubblica. È una forma di dispersione scolastica più subdola, perché mascherata dalla regolarità amministrativa dei percorsi scolastici. Per questo è anche più difficile da intercettare e da mettere nero su bianco. I suoi effetti, però, sono profondi: alimenta la sfiducia verso la scuola, rafforza le disuguaglianze di partenza e rende meno efficace ogni tentativo di riscatto personale attraverso lo studio.

Riconoscere il drop out scolastico: i sintomi principali

Questa varietà di definizioni, però, non deve distogliere l’attenzione del nucleo centrale della questione, che non cambia al variare delle parole: ancora troppi studenti abbandonano la scuola precocemente, mettendo a repentaglio il proprio futuro. E la prima cosa da fare, per arginare questo fenomeno, è riconoscerne i sintomi che lo preannunciano. Il drop out scolastico, infatti, non avviene all’improvviso. Anzi, nella maggior parte dei casi è il punto di arrivo di un processo lento, fatto di segnali che rischiano di essere sottovalutati. Tra i primi campanelli d’allarme c’è la frequenza irregolare: assenze ripetute, ritardi, ingressi posticipati o uscite anticipate non occasionali possono segnalare un progressivo disimpegno dell’alunno dalla scuola. A questo si associa spesso un calo del rendimento scolastico, accompagnato da difficoltà persistenti in alcune materie, mancanza di motivazione, scarso interesse per le attività scolastiche. Nei casi più critici, si parla di frequenza passiva: lo studente è presente in aula, ma disconnesso da quanto accade, poco partecipe, talvolta apertamente ostile. Un altro sintomo ricorrente è il ritardo scolastico, cioè la presenza di uno o più anni di differenza rispetto all’età anagrafica prevista per il grado scolastico frequentato. Spesso questo è l’esito di bocciature ripetute o di percorsi discontinui, che contribuiscono a indebolire il senso di appartenenza alla scuola e aumentano il rischio di abbandono. Non meno importanti, poi, sono i segnali di disagio relazionale: conflitti frequenti con insegnanti o compagni, isolamento, difficoltà a instaurare legami di fiducia. In molti casi, soprattutto nelle fasce di età più critiche, come il passaggio dalla scuola media alle superiori, il malessere scolastico si intreccia con condizioni di vulnerabilità familiare, povertà educativa o problemi emotivi non riconosciuti.

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Quanti studenti abbandonano la scuola in Italia?

Ma quanti sono effettivamente i ragazzi e le ragazze che, in Italia, smettono di andare a scuola troppo presto? L’Istat li conteggia facendo riferimento al già citato concetto degli early school leavers, adottato a livello europeo. Seguendo questo criterio, in Italia, la quota di ragazzi e ragazze tra i 18 e i 24 anni che non hanno conseguito un diploma di scuola superiore e non sono inseriti in un percorso di istruzione o formazione è pari al 10,5% (dati relativi al 2023). La percentuale è in diminuzione rispetto agli anni precedenti: era infatti dell’11,5% nel 2022 e del 12,7% nel 2021. A livello continentale, però, la situazione italiana rimane una delle più allarmanti, con un dato nettamente sopra la media delle altre nazioni, che si attesta al 9,5%. Peggio dell’Italia fanno solo Romania, Spagna, Germania e Ungheria.

Identikit degli alunni a rischio dispersione scolastica

Scendendo nel dettaglio dei dati Istat, però, è possibile spingersi fino alla ricostruzione di un vero e proprio identikit dello studente medio che abbandona la scuola. Per prima cosa, è maschio, perché il tasso di abbandono scolastico tra i ragazzi è quasi doppio rispetto a quello delle ragazze (13,1% contro 7,6%). In secondo luogo, vive nel Mezzogiorno, visto che anche in materia di istruzione il divario territoriale rimane ampio. In regioni come Sicilia e Sardegna, la percentuale di chi lascia gli studi prematuramente supera ancora il 17%, contro l’8,5% della media delle regioni del Nord o addirittura il 7% di quelle del Centro. Inoltre, è altamente probabile che sia un giovane con cittadinanza straniera, magari nato all’estero e arrivato in Italia dopo i primi anni di vita. In circostanze del genere, infatti, il tasso di abbandono arriva a sfiorare il 27%, con picchi che toccano il 40% nei casi di ingresso nel Paese dopo i 15 anni. Il motivo è presto detto: spesso questi studenti si confrontano con barriere linguistiche, culturali e sociali che la scuola, da sola, fatica a rimuovere. C’è poi un quarto elemento che completa l’identikit: questo ragazzo di origine straniera che vive nel Sud Italia appartiene a una famiglia povera. La condizione socioeconomica della famiglia di origine, infatti, è uno dei fattori che incidono di più sul fenomeno della dispersione scolastica. Il rischio cresce dove c’è precarietà, disoccupazione, esclusione; dove mancano i libri in casa, uno spazio per studiare, il sostegno quotidiano di adulti che credano nel valore dell’istruzione. I dati parlano chiaro: tra i figli di genitori con al massimo la licenza media, il tasso di abbandono scolastico arriva al 24% mentre tra i figli di diplomati è del 5% e tra quelli di laureati scende addirittura sotto il 2%.

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Alla radice di un fenomeno multifattoriale: le cause dell'abbandono scolastico in Italia

L’identikit appena tracciato è rivelativo delle cause che stanno alla base dei fenomeni di abbandono scolastico, che, è bene precisarli, sono sempre multifattoriali e mai riconducibili a una responsabilità univoca. La scelta di smettere di studiare è sempre l’esito di un intreccio complesso di elementi personali, familiari, scolastici, sociali e culturali che si sviluppano nel tempo e si rafforzano a vicenda. A tal proposito, appare illuminante il rapporto prodotto dall’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza nel 2022, dedicato proprio a questo tema. Nel testo, già dal titolo, si descrive la dispersione scolastica proprio come fenomeno multifattoriale, proponendone una lettura articolata, che mette al centro la persona, il suo contesto di vita e le sue relazioni.

Alla base dell’abbandono, c’è spesso una condizione di povertà educativa, che può coincidere con la povertà economica, ma che non si esaurisce necessariamente in essa. Come reso palese dai dati Istat, le famiglie più fragili, con basso livello di istruzione o occupazione precaria, faticano a offrire un ambiente stimolante e di supporto alla crescita scolastica dei figli. In molti casi, l’allontanamento dai banchi è preceduto da frequenze irregolari, scarso rendimento, bocciature ripetute. Si crea così un circolo vizioso: più lo studente si allontana dall’apprendimento, più si sente inadeguato, e più la scuola appare distante, estranea, punitiva.

Al di là della situazione socioeconomica, il contesto familiare gioca un ruolo centrale da tutti i punti di vista. Ad esempio, le separazioni conflittuali, la mancanza di una figura genitoriale di riferimento, la presenza di malattie psichiche o dipendenze all’interno del nucleo familiare sono fattori che aumentano il rischio di dispersione.

A pesare, poi, sono anche alcune dinamiche scolastiche. Un’organizzazione rigida, programmi scollegati dalla realtà degli studenti, metodologie didattiche poco inclusive o relazioni conflittuali con docenti e compagni possono rafforzare il senso di esclusione.

Non va poi sottovalutata la componente psicologica. Per molti adolescenti, infatti, la scuola è un luogo emotivamente insostenibile, che provoca ansia da prestazione, disagi interiori non intercettati, l’accumulazione di esperienze di insuccesso. Alcuni studenti, quindi, non abbandonano perché non vogliono imparare ma perché non ce la fanno più a reggere la pressione.

A tutto questo si aggiungono i fattori di contesto, di cui fanno parte la mancanza di servizi educativi sul territorio, la debolezza della rete sociale, l’assenza di opportunità reali di riscatto per chi è in difficoltà. L’ambiente in cui si vive può amplificare le fragilità individuali o, al contrario, offrire protezione. In molte aree del Paese, soprattutto nel Mezzogiorno, la scuola è spesso l’unico presidio pubblico presente. Quando anche questa si rivela inefficace o respingente, il rischio di dispersione diventa altissimo.

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Le conseguenze della dispersione scolastica

Viste le principali cause della dispersione scolastica, è anche utile affrontare il tema delle sue conseguenze. Nelle sue analisi, l’Istat si sofferma soprattutto sull’impatto che l’abbandono della scuola ha sulla vita professionale. Nel 2023, il tasso di occupazione tra i giovani tra i 18 e i 24 anni che hanno lasciato precocemente gli studi è stato del 44,4%, in crescita rispetto all’anno precedente, ma ancora nettamente inferiore al 60,5% che registra chi ha conseguito almeno una qualifica o un diploma. Questa distanza non si spiega solo con la divergenza di competenze acquisite, ma anche con le opportunità effettive offerte dal mercato del lavoro. In Italia, infatti, il 40% degli ELS vorrebbe lavorare ma non trova un’occupazione: un dato quasi 10 punti sopra alla media europea. Significa che l’abbandono scolastico, oltre a ridurre le competenze, espone a una maggiore vulnerabilità strutturale in un sistema occupazionale già fragile. Il fenomeno, ancora una volta, colpisce con forza diversa a seconda dei territori e del genere. Nel Mezzogiorno, dove è più elevata l’incidenza della dispersione, solo il 31,4% degli ELS riesce a lavorare, contro il 59,6% del Centro e il 57,1% del Nord. Particolarmente critico, poi, è il caso delle giovani donne: sebbene, come visto, il tasso di abbandono scolastico tra le ragazze sia inferiore rispetto ai coetanei maschi, il loro tasso di occupazione è drasticamente più basso, 27,8% contro 53,4%. Il divario di genere nel mondo del lavoro, quindi, annulla qualsiasi vantaggio femminile osservato nei percorsi scolastici e traduce l’abbandono in esclusione sociale. Un dato sorprendente riguarda invece i giovani con cittadinanza straniera: il loro tasso di occupazione è del 57,1%, quasi 16 punti percentuali superiore a quello degli italiani. In realtà, però, questa anomalia è tutt’altro che incoraggiante, perché riflette condizioni di inserimento lavorativo precario e sfruttamento, più che un’effettiva inclusione professionale.

Ma le conseguenze dell’abbandono scolastico si estendono ben oltre il mondo del lavoro. Lasciare la scuola troppo presto significa, tra le altre cose:

  • Avere un rischio maggiore di povertà ed esclusione sociale, con minori possibilità di accedere a casa, cure sanitarie, istruzione per i figli e una vita dignitosa.
  • Godere di uno stato di salute mediamente peggiore, sia fisica che mentale, con una più bassa aspettativa di vita e minore accesso alla prevenzione.
  • Partecipare meno alla vita democratica, votare meno, avere meno fiducia nelle istituzioni e meno coinvolgimento in attività civiche o associative.
  • Essere più esposti a marginalità e devianza, specialmente nei contesti più deprivati, dove l’istruzione può essere l’unico vero argine contro l’esclusione.
  • Rischiare di trasmettere il fallimento educativo ai propri figli, in un ciclo intergenerazionale che rafforza le disuguaglianze e impoverisce il futuro collettivo.

Reagire all’abbandono scolastico: impegni e buone pratiche

Complessivamente, quindi, ciò che emerge dall’analisi fin qui condotta è che l’abbandono scolastico incide pesantemente sul futuro di ogni bambino e bambina. Da qui l’urgenza di affrontare il problema e di farlo con strumenti adeguati. L’Autorità Garante, nel rapporto già menzionato, sottolinea che per affrontare il fenomeno occorre adottare uno sguardo olistico e sistemico, perché non si può pensare di intervenire solo sulla scuola, senza agire contemporaneamente sulle condizioni sociali, familiari e culturali che favoriscono l’abbandono. L’Autorità Garante, però, si spinge oltre, e formula alcune raccomandazioni estremamente concrete.

  1. Investire nel sistema integrato dei servizi educativi e socioeducativi per la fascia 0-6 anni, riconoscendoli come fondamentali per prevenire precocemente la povertà educativa e costruire basi solide per il successo scolastico.
  2. Promuovere la partecipazione attiva dei genitori nei servizi per la prima infanzia e nella scuola, rafforzando l’alleanza educativa scuola-famiglia come leva per prevenire il disagio e il disimpegno scolastico.
  3. Potenziare l’orientamento scolastico a partire dal primo ciclo di istruzione, per accompagnare gli studenti nelle scelte formative e prevenire percorsi inadeguati o fallimentari.
  4. Rafforzare gli interventi di prevenzione secondaria nella scuola, sul piano strutturale, didattico e organizzativo, adottando approcci personalizzati e reti multidisciplinari di supporto.
  5. Istituire “aree di educazione prioritaria” nelle zone più esposte a esclusione sociale, per concentrare risorse, professionalità e azioni di contrasto alla dispersione nei territori a più alta incidenza del fenomeno.
  6. Intervenire sulle competenze di base della popolazione adulta, affinché anche l’ambiente familiare diventi un contesto favorevole all’apprendimento e alla permanenza a scuola dei minori.
  7. Garantire una governance integrata e una valutazione sistematica delle politiche educative e sociali, attraverso la creazione di un organismo nazionale di coordinamento, l’interoperabilità delle banche dati e il monitoraggio condiviso degli interventi.

Il nostro impegno per l’educazione dei bambini in tutto il mondo

 

Fonti:

https://www.istat.it/wp-content/uploads/2024/07/REPORT-livelli-istruzione.pdf

https://www.garanteinfanzia.org/sites/default/files/2022-06/dispersione-scolastica-2022.pdf