Diritti dei bambini
– 22.07.2025
Bambini poveri nel mondo, sono ancora troppi quelli privati di tutto
I bambini poveri nel mondo sono ancora tanti, troppi. 330 milioni secondo i dati più recenti, quelli che vivono in povertà estrema, privati di beni essenziali, come cibo, acqua, vestiti, accesso alla scuola o alle cure. Lottare per cancellare la povertà dalla vita dei bambini non solo è necessario, ma possibile. Serve, però, l’impegno di tutti, a più livelli e in modi diversi.
Ancora oggi, nascere e vivere in un luogo anziché in un altro può significare tutto: avere un letto o dormire su una stuoia, andare a scuola o lavorare nei campi, crescere protetti o lottare ogni giorno per sopravvivere. Per milioni di bambini, “povertà” non è una parola astratta ma è una condizione quotidiana, fatta di mancanze profonde e invisibili. Non solo cibo e vestiti, ma opportunità, cure, attenzione, futuro. La povertà infantile non è infatti solo una questione economica. È un problema complesso e radicato, che intreccia fame, malattia, esclusione, disuguaglianza. E colpisce più di quanto si pensi. Per questo motivo, è importante conoscere le dimensioni e i contorni di questo male ancora lontano dall’essere cancellato.
Quanti sono i bambini in condizioni di povertà nel mondo
Nel mondo, oltre 333 milioni di bambini e adolescenti sotto i 18 anni vivono in condizioni di povertà estrema, cioè con meno di 2,15 dollari al giorno a disposizione per soddisfare tutti i bisogni essenziali: dal cibo all’acqua potabile, dalle cure mediche all’istruzione. Questa soglia, stabilita dalla Banca Mondiale, rappresenta il livello minimo necessario per garantire la sopravvivenza e una vita dignitosa. Vivere al di sotto di essa significa non avere accesso nemmeno ai beni più elementari. I dati più recenti, aggiornati al 2022, ci dicono che più della metà delle persone estremamente povere nel mondo sono minorenni: parliamo del 52,4% del totale, a fronte di una quota di popolazione pari solo al 30,7%.
A essere maggiormente colpiti sono i più piccoli. Nella fascia tra 0 e 4 anni, quasi un bambino su cinque vive in povertà estrema (18,2%). Il tasso resta altissimo anche tra i 5 e i 9 anni (17,1%) e tra i 10 e i 14 anni (14,8%). Nella fascia 15-17 anni, spesso considerata più vicina al mondo adulto, l’incidenza è ancora elevata: 11,9%, con 40,3 milioni di adolescenti coinvolti. Oltre all’elevata diffusione, colpisce anche la profondità della povertà: i bambini più piccoli, in media, si trovano ben al di sotto della soglia minima, con un divario (cosiddetto poverty gap) che raggiunge il 6% tra gli 0 e i 4 anni. Questo significa che non solo sono più poveri, ma che le risorse a loro disposizione sono talmente scarse da lasciarli ancora più indietro rispetto a ciò che servirebbe per uscire dalla povertà.
Il confronto con gli adulti è netto. Gli adulti poveri nel mondo sono circa 297 milioni: 265 milioni nella fascia 18-59 anni e circa 32 milioni oltre i 60 anni. Complessivamente, rappresentano il 47,6% delle persone in povertà estrema, pur costituendo quasi il 70% della popolazione mondiale. Il tasso di povertà tra gli adulti è molto più basso: 6,9% tra i 18 e i 59 anni e 3,7% tra gli over 60. Inoltre, il loro poverty gap è molto più ridotto, a indicare che la loro condizione economica è mediamente meno grave.
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Dove vivono la maggior parte dei bambini in povertà: geografia di un mondo diseguale
Questo squilibrio mostra con chiarezza quanto l’infanzia e l’adolescenza siano le fasi della vita più vulnerabili e meno protette in molti contesti del mondo. Se si guarda alla sua distribuzione geografica, infatti, la povertà infantile assume contorni ancora più drammatici. Come è facile immaginare, i bambini che vivono in povertà non popolano in maniera omogenea le varie aree del mondo.
A livello regionale, la situazione più grave si registra nell’Africa subsahariana, che da sola concentra oltre due terzi dei bambini che vivono in povertà estrema. Qui, oltre 237 milioni di minorenni sopravvivono con meno di 2,15 dollari al giorno, con un tasso di incidenza che supera il 40%. In altre parole, quasi un bambino su due è intrappolato in una condizione di povertà che compromette ogni aspetto della crescita. E se si considera una soglia più realistica di sussistenza, pari a 6,85 dollari al giorno, la percentuale sale fino al 91%: un’intera generazione in bilico. Anche l’Asia meridionale mostra numeri preoccupanti, con oltre 62 milioni di bambini in povertà estrema. Quindi la percentuale è più contenuta ma il numero assoluto rimane elevato e aumenta drasticamente se si alza l’asticella della povertà, perché a 6,85 dollari al giorno, si raggiungono i 557 milioni di bambini, pari a quasi l’87% della popolazione infantile della regione. Situazioni meno gravi, ma comunque significative, si registrano in Asia orientale e Pacifico, dove quasi il 58% dei bambini vive sotto la soglia di 6,85 dollari al giorno (il dato non comprende la Cina). Discorso analogo per Medio Oriente e Nord Africa, dove la povertà estrema colpisce oltre 12 milioni di bambini, ma considerando la soglia di 6,85 dollari se ne arrivano a contare oltre 68 milioni (55% del totale). In America Latina e nei Caraibi, invece, i numeri sono più bassi anche se non trascurabili: 9,7 milioni vivono con meno di 2,15 dollari al giorno, che aumentano però vertiginosamente fino a 64 milioni se si considera il limite di 6,85 dollari. Infine, nelle regioni più ricche, come Europa e Asia centrale, la povertà estrema infantile è quasi azzerata, ma resta comunque una quota significativa di minorenni (11%) che vivono con meno di 6,85 dollari al giorno, spesso in contesti di esclusione sociale o nelle periferie urbane.
Le diseguaglianze geografiche, però, possono essere meglio comprese se lette attraverso la lente di una pluralità di fattori strutturali che rendono alcuni bambini molto più esposti alla povertà estrema rispetto ad altri. Un primo elemento determinante è il contesto socioeconomico del Paese in cui si nasce: quasi la metà dei bambini estremamente poveri vive in Paesi a basso reddito, dove il tasso di incidenza supera il 47%. È importante però sottolineare che la quota maggiore si trova in realtà in Paesi a reddito medio-basso, come l’India o la Nigeria, dove milioni di minorenni vivono in condizioni precarie nonostante la crescita economica generale. La povertà infantile, infatti, non è legata solo al PIL nazionale, ma alla distribuzione delle risorse e alla capacità di proteggere i più vulnerabili. Ancora più grave è la situazione nei Paesi segnati da guerre o instabilità: qui, oltre il 38% dei bambini vive in povertà estrema, contro il 10% nei contesti stabili. Questo dato conferma quanto i conflitti e il collasso dei sistemi sociali rappresentino un fattore moltiplicatore della povertà. Un altro aspetto cruciale riguarda il tipo di contesto familiare, visto che i bambini che vivono in famiglie numerose rappresentano il 73% dei minorenni in povertà estrema, con tassi di incidenza quattro volte superiori rispetto a quelli che vivono in nuclei piccoli. Anche il luogo di residenza incide profondamente, con oltre l’83% dei bambini in difficoltà economica che vive in aree rurali, dove l’accesso a servizi essenziali come acqua, scuole e cure sanitarie è spesso limitato o assente. Non meno rilevante è il livello di istruzione dei genitori, e in particolare del capofamiglia: il 38% dei bambini in povertà estrema proviene da famiglie in cui nessun adulto ha ricevuto istruzione formale. Inoltre, sulla povertà minorile ha un peso anche il lavoro dei genitori. Quando l’unico reddito familiare proviene dall’agricoltura di sussistenza, infatti, il rischio di povertà estrema per i bambini è molto più alto. Non a caso, oltre il 70% dei minorenni poveri vive in famiglie legate a questo settore, spesso informale, vulnerabile ai cambiamenti climatici e privo di tutele. In questo quadro già fragile, si aggiungono le disuguaglianze legate al genere e alla instabilità politica.
Le conseguenze della povertà: la mancanza di acqua, cibo, istruzione, salute, futuro
Il quadro complessivo che emerge da questi dati è che la povertà infantile non è mai solo una questione economica ma il risultato di un intreccio di vulnerabilità sociali, geografiche, culturali e politiche. E altrettanto complesse e multisfaccettate sono le sue conseguenze, che si misurano sia sul breve che sul lungo termine. Vivere in povertà, per un bambino, significa essere privato di tutto ciò che invece dovrebbe essere scontato. In primo luogo, un bambino povero soffre inevitabilmente di gravi mancanze materiali, con scarso accesso al cibo (e in particolare, al cibo nutriente), all’acqua potabile, alle cure mediche di base. Questo si traduce in un dilagare della malnutrizione, in un più elevato rischio di mortalità infantile (nei primissimi giorni di vita o comunque entro i 5 anni) o precoce, in una maggiore incidenza dei ritardi della crescita e dello sviluppo, sia fisico che mentale e psicologico. Anche la mente e le emozioni, infatti, portano i segni evidenti della povertà. Vivere in condizioni precarie sin dalla prima infanzia può interferire con lo sviluppo cerebrale, ostacolando la capacità di apprendere, di concentrarsi, di elaborare informazioni. I bambini poveri vivono spesso in ambienti stressanti, instabili, privi di stimoli, e questo compromette anche lo sviluppo emotivo e relazionale. Possono manifestare maggiore ansia, difficoltà di regolazione, sfiducia negli adulti e nel mondo.
Ci sono poi tutte le gravissime conseguenze che la povertà vissuta nell’infanzia e nell’adolescenza ha sulle traiettorie della vita adulta. Ad esempio, il deficit di accesso all’istruzione. In molte zone del mondo, infatti, andare a scuola non è scontato: mancano gli edifici, gli insegnanti, i materiali. E anche quando la scuola c’è, le difficoltà economiche costringono molti bambini a restare a casa, aiutare in famiglia o lavorare per contribuire al reddito domestico. Questo significa restare indietro, non acquisire competenze, perdere occasioni. E senza istruzione, spezzare il ciclo della povertà diventa quasi impossibile. In contesti particolarmente fragili, poi, la povertà espone i bambini a rischi ancora più gravi, come lo sfruttamento lavorativo, gli abusi, la violenza domestica (sia vissuta in prima persona che assistita), le forme di tratta e di riduzione in schiavitù, l’arruolamento come bambini-soldato. Per milioni di minorenni, cadere in queste trappole significa diventare invisibili, relegati ai margini della società. E tutto questo finisce per alimentare un circolo vizioso: un bambino povero ha molte più probabilità di diventare un adulto povero, trasmettendo a sua volta povertà ai propri figli. È così che la disuguaglianza si consolida e si riproduce, di generazione in generazione.
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Povertà minorile e Obiettivi di Sviluppo del Millennio (SDG)
Intervenire sulla povertà infantile non significa solo garantire un pasto in più o un banco in aula: significa restituire dignità, diritti e futuro a chi oggi viene al mondo con meno di tutto. Ecco perché la lotta a questo fenomeno ha un ruolo centrale, sia direttamente che indirettamente, nel quadro degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, contenuti nell’Agenda 2030. L’Obiettivo numero uno è quello dedicato proprio alla lotta alla povertà, che pone agli Stati il traguardo di un dimezzamento del numero dei poveri nel mondo (quindi anche del numero dei bambini poveri) entro il 2030. Ci sono poi anche una serie di obiettivi connessi con il superamento della povertà infantile:
- Obiettivo 2 – Sconfiggere la fame: i bambini sono annoverati tra le persone fragili a cui deve essere particolarmente garantito l’accesso a cibo nutriente, in modo continuativo e sufficiente, e inoltre, è previsto un esplicito impegno ad eliminare tutte le forme di malnutrizione che causano problemi di crescita e sviluppo ai minorenni;
- Obiettivo 3 – Salute e benessere: contiene la prescrizione esplicita per gli Stati di impegnarsi ad eliminare la mortalità neonatale e infantile, spesso conseguenza della povertà;
- Obiettivo 4 – Istruzione di qualità: a tutti i ragazzi e le ragazze deve essere assicurato uno sviluppo infantile precoce di qualità, oltre alle cure necessarie e all'accesso alla scuola dell'infanzia e poi a quella primaria e secondaria;
- Obiettivo 6 – Acqua pulita e servizi igienico-sanitari: l’accesso all’acqua potabile deve essere gratuito e universale;
- Obiettivo 10 – Ridurre le disuguaglianze: il reddito delle persone più povere (quindi di quelle a cui appartengono i bambini che vivono in condizioni di privazione) deve crescere a un ritmo superiore a quello della media nazionale di ciascun paese, in modo da produrre un assottigliamento delle disparità.
Per approfondire il tema dell’Agenda 2030 leggi l’articolo dedicato
Aiutare i bambini in difficoltà: ognuno può fare la propria parte
L’insieme degli obiettivi dell’Agenda 2030 manda un messaggio chiaro: contrastare la povertà infantile è una delle sfide più urgenti e complesse del nostro tempo ed è una battaglia corale, in cui ognuno può fare la propria parte. A livello istituzionale, è fondamentale che i governi investano in politiche pubbliche efficaci: accesso universale all’istruzione, servizi sanitari di base gratuiti, programmi di nutrizione e protezione sociale, sostegno economico alle famiglie più fragili. Lavorare per rafforzare i sistemi educativi, sanitari e di welfare, soprattutto nei contesti rurali e periferici, significa creare le condizioni affinché ogni bambino possa crescere con le stesse opportunità, indipendentemente dal luogo in cui è nato.
Il cambiamento, però, non passa solo dalle grandi politiche. Anche la società civile e i singoli cittadini possono fare la differenza. Sostenere progetti educativi, partecipare a campagne di sensibilizzazione, contribuire con donazioni regolari a realtà impegnate sul campo sono gesti concreti, accessibili e potenti. In particolare, uno strumento che negli anni ha dimostrato un forte impatto positivo è l’adozione a distanza. Attraverso un contributo mensile sostenibile, è possibile garantire a un bambino l’accesso a cibo, scuola, cure mediche e un ambiente protetto in cui crescere (qui puoi trovare un approfondimento dedicato). Non si tratta di un’adozione formale o legale, ma di una forma di solidarietà continuativa e personalizzata, che permette di accompagnare un bambino nel tempo, conoscerne i progressi, sostenerne il percorso, contribuendo al tempo stesso allo sviluppo della sua comunità.
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