Scuola

Alunni DSA, il benessere scolastico passa dall’inclusione

I Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA) riguardano oltre 350mila studenti nelle scuole italiane e rappresentano una sfida cruciale per il sistema educativo. Dislessia, disortografia, disgrafia e discalculia sono disturbi riconosciuti dalla Legge 170/2010 e richiedono una presa in carico attenta, fatta di diagnosi tempestive, piani didattici personalizzati, strumenti compensativi e misure dispensative, ma soprattutto di una didattica inclusiva, per garantire pari opportunità a ogni alunno.

Oggi, uno dei concetti attorno a cui ruotano molti dibattiti e ragionamenti che riguardano l’istruzione in Italia è quello dell’inclusione scolastica, intesa nella sua accezione più ampia. Inclusione degli alunni e delle alunne con disabilità, quindi, ma anche di tutti quegli studenti e studentesse che presentano problematiche che ne possono frenare le opportunità di apprendimento. Inclusione significa anche apertura verso altre culture, religioni, sensibilità. Questo processo di costruzione di una scuola inclusiva si può dire che sia partito quasi 50 anni fa, cioè nel 1977, quando furono abolite ufficialmente le cosiddette classi differenziali, veri e propri ghetti per bambini e bambine con disabilità, che da quel momento in poi furono integrati (allora si usava questo termine e non si ragionava ancora di inclusione) nelle classi “normali”, eventualmente affiancati dalla nuova figura del docente di sostegno (che oggi si sta ragionando di ribattezzare docente per l’inclusione). È durante gli anni 2000, però, che il percorso dell’inclusione scolastica ha conosciuto un’accelerazione, con l’approvazione di norme e linee guida che hanno individuato diverse categorie di minorenni bisognosi di supporto e differenti strumenti. Ci si  rese pienamente conto, infatti, che il benessere scolastico non poteva prescindere dal sentirsi veramente accolti in una scuola in grado di rispondere alle necessità di ciascuno, rimuovendo gli ostacoli (come stabilisce la Costituzione) e valorizzando i talenti. È in questo quadro che si colloca anche il tema degli alunni e delle alunne con Disturbi Specifici dell’Apprendimento, destinatari di una specifica normativa che merita di essere approfondita. E un approfondimento su questo tema non può che partire dalla definizione del perimetro di azione, per rispondere alla prima e più ovvia domanda di chi non è un “addetto ai lavori”: cosa sono e quali sono i Disturbi Specifici dell’apprendimento?

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Cosa sono e quali sono i Disturbi Specifici dell’Apprendimento

Secondo il DSM-5, il manuale diagnostico dei disturbi mentali pubblicato dall’American Psychiatric Association,

i Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA) rientrano tra i disturbi del neurosviluppo e si manifestano come difficoltà persistenti e specifiche nell’acquisizione di competenze fondamentali come lettura, scrittura e calcolo.

È bene precisare subito che i DSA non dipendono da un livello intellettivo ridotto, da deficit sensoriali o da mancanza di opportunità educative, ma riguardano un ambito circoscritto del funzionamento cognitivo, lasciando intatta la capacità intellettiva generale.

Una visione analoga è proposta dall’ICD-11 dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che inquadra i DSA come

disturbi evolutivi dell’apprendimento caratterizzati da difficoltà persistenti in una o più aree scolastiche di base.

In Italia, il riconoscimento normativo di queste condizioni è arrivato con la Legge 170 del 2010, che individua quattro forme principali:

  • Dislessia: è il disturbo della lettura e chi ne è affetto mostra difficoltà nella decodifica accurata e fluente del testo, oltre a problemi nella comprensione e nella rapidità di lettura;
  • Disortografia: riguarda la scrittura, in particolare la correttezza ortografica, e si traduce in errori sistematici (come omissioni, inversioni o sostituzioni di lettere o parti di parola) che non derivano da scarsa esperienza o deficit sensoriali;
  • Disgrafia: interessa l’aspetto grafico della scrittura, ossia la qualità del tracciato manuale, e chi ne soffre ha una grafia poco leggibile e disorganizzata, frutto di problemi di coordinazione motoria;
  • Discalculia: è il disturbo del calcolo e delle abilità numeriche e si manifesta con difficoltà nella comprensione dei numeri e nell’esecuzione di operazioni aritmetiche, sia mentali sia scritte.

All’interno del mondo scolastico, gli alunni con DSA fanno parte della più ampia categoria degli studenti con Bisogni Specifici dell’Apprendimento (BES). Ciò che li caratterizza, è la necessità di una diagnosi medica per la certificazione della sussistenza del disturbo.

Riassumendo, quindi, le tre prospettive definitorie appena viste (clinica, di diritto internazionale e legislativa) convergono nel descrivere i DSA come disturbi specifici, stabili e non transitori, che richiedono una diagnosi precoce e strumenti mirati per garantire agli studenti pari opportunità di apprendimento e di crescita. Una questione piuttosto urgente, dato che gli studenti e le studentesse coinvolti non sono pochi.

Alunni DSA, quanti sono nella scuola italiana

Secondo i dati ufficiali del Ministero dell’Istruzione e del Merito, infatti, nell’anno scolastico 2022/2023 gli studenti con una certificazione DSA sono stati 354.569, pari al 6,0% del totale degli iscritti a scuola (dal terzo anno della prima all’ultimo della secondaria di II grado). L’anno precedente la percentuale si attestava al 5,7%, e nel 2010/2011, anno della prima rilevazione, era addirittura sotto l’1%. La forma di disturbo più diffusa è la dislessia, con oltre 204.000 studenti certificati, seguita da disortografia (130.645), disgrafia (110.937) e discalculia (121.918).

Se si osservano poi nel dettaglio i diversi ordini di scuola, emerge che i DSA aumentano progressivamente con il progredire del percorso scolastico:

  • nella primaria (III-V anno) gli alunni certificati sono il 3,2%;
  • nella secondaria di I grado il 6,7%;
  • nella secondaria di II grado il 7,1%.

Questo andamento riflette sia l’età di insorgenza delle difficoltà, sia il fatto che la diagnosi spesso avviene più tardi, man mano che le richieste scolastiche si fanno più complesse. È importante ricordare che la diagnosi ufficiale di DSA non può comunque essere formulata alla scuola dell’infanzia né nei primi due anni della primaria. In questi casi, se educatori e insegnanti notano particolari difficoltà, è possibile sottoporre i bambini e le bambine a specifici test e si parla di alunni “a rischio DSA” (che nel 2022/2023 rappresentano lo 0,16% dei bambini della scuola dell’infanzia e lo 0,46% degli alunni della I e II primaria).

Anche a livello territoriale si osservano differenze significative. Nel 2022/2023 la quota più alta di studenti con DSA si è registrata nel Nord Ovest (7,9%), seguito dal Centro (6,7%) e dal Nord Est (6,1%). Nel Mezzogiorno la percentuale è molto più bassa, pari al 2,8%, segno probabilmente di un divario ancora forte nella rilevazione e certificazione dei disturbi.

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Inclusione scolastica degli studenti con DSA: di cosa hanno bisogno e cosa dice la normativa 

I dati appena visti parlano chiaro: nelle classi italiane ci sono più di 350mila studenti che rischiano di non vedersi realmente riconosciuto il diritto all’istruzione se non adeguatamente supportati. Da questa constatazione prende le mosse la normativa che riconosce e disciplina l’inclusione scolastica degli alunni con DSA (contenuta principalmente nella Legge 170/2010) e che si fonda su pochi ma cruciali pilastri: la formazione dei docenti, la previsione di un Piano Didattico Personalizzato (PDP) e l’uso di tecnologie e strumenti compensativi e dispensativi. Vediamoli nel dettaglio.

Formazione dei docenti. È un aspetto centrale della normativa sui DSA. La Legge 170/2010, insieme alle Linee guida del MIUR del 2011, sottolinea che riconoscere e gestire correttamente i Disturbi Specifici dell’Apprendimento non sia solo questione di strumenti tecnici, ma soprattutto di cultura didattica inclusiva. La formazione serve innanzitutto a dare agli insegnanti le competenze per individuare i segnali precoci di un DSA e orientare le famiglie verso una valutazione specialistica. Ma non si limita a questo: il docente deve essere in grado di costruire un ambiente di apprendimento che valorizzi la diversità, adattando strategie e metodologie senza snaturare gli obiettivi formativi. Nella pratica, significa imparare a usare in modo consapevole gli strumenti compensativi (mappe, software, lettura facilitata) e le misure dispensative, ma anche a predisporre verifiche calibrate, valutazioni eque e percorsi di studio personalizzati. È una formazione che va oltre il singolo strumento e riguarda l’approccio educativo complessivo, fatto di attenzione, flessibilità e collaborazione con le famiglie e con gli specialisti.

Il Piano Didattico Personalizzato (PDP). Rappresenta il cuore della presa in carico scolastica di un alunno con DSA perché è un vero e proprio patto educativo che definisce strategie, strumenti e obiettivi per garantire allo studente pari opportunità di apprendimento. Si tratta di un documento che i docenti redigono collegialmente, in collaborazione con la famiglia e, quando possibile, con gli specialisti che seguono l’alunno. All’interno del PDP vengono indicate le caratteristiche del disturbo, i punti di forza e di debolezza del ragazzo e le modalità didattiche più efficaci. Inoltre, vengono elencati gli strumenti compensativi e le misure dispensative e stabilite le modalità di verifica e valutazione, con l’obiettivo di valorizzare le competenze senza penalizzare lo studente per la difficoltà specifica. Infine, il PDP ha anche una funzione di continuità didattica, perché segue lo studente lungo l’intero percorso scolastico, aggiornandosi di anno in anno in base ai progressi e alle nuove esigenze.

Strumenti compensativi e misure dispensative. Gli strumenti compensativi sono supporti che aiutano lo studente a superare la difficoltà specifica, senza ridurre gli obiettivi formativi. Si tratta di soluzioni tecnologiche o metodologiche che “compensano” l’area di fragilità, permettendo di dimostrare le proprie competenze. Alcuni esempi concreti: l’uso di mappe concettuali o schemi per facilitare lo studio, i programmi di sintesi vocale e di lettura facilitata per i testi, le calcolatrici e i formulari per il calcolo, o ancora gli audiolibri per agevolare la comprensione di un testo scritto. Le misure dispensative, invece, intervengono sul carico di lavoro, alleggerendo quelle richieste che risulterebbero particolarmente penalizzanti per chi ha un DSA. Non si tratta di “sconti” sul programma, ma di adattamenti pensati per consentire a ciascuno di esprimere il proprio potenziale. Rientrano tra queste, ad esempio, la riduzione del numero di esercizi nelle verifiche, la possibilità di non leggere ad alta voce in classe, tempi più lunghi per svolgere prove scritte, la valutazione che tenga conto maggiormente dei contenuti piuttosto che della forma ortografica. L’adozione di misure compensative e dispensative non abbassa il livello degli obiettivi didattici, ma garantisce pari opportunità. In altre parole, lo studente con DSA non viene esonerato dall’apprendere, ma messo nelle condizioni di farlo in modo efficace, attraverso strumenti e strategie adatte al suo profilo.

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