A Gaza, dove le scuole sono chiuse da due anni a causa della guerra, SOS Villaggi dei Bambini continua a garantire il diritto all’istruzione attraverso spazi educativi temporanei. Oltre 500 bambini frequentano ogni giorno le nuove aule allestite a Khan Younis, mentre storie come quella di Joud mostrano quanto il sostegno personalizzato possa trasformare la vita dei più piccoli.
Settembre, per moltissimi bambini e bambine in tutto il mondo, è il mese della riapertura delle scuole, del ritorno in classe, del ritrovarsi con gli amici dopo la lunga pausa estiva. Emozioni, che, fino all’ottobre 2023, erano normali anche per i bambini e le bambine palestinesi della Striscia di Gaza, nonostante la vita in un contesto già allora difficile. Da quasi due anni, però, non è più così. A seguito dell’inizio del conflitto, infatti, tutte le scuole del territorio sono state chiuse fino a data da destinarsi. Lo ha ricordato anche il Cardinale Pizzaballa, patriarca cattolico di Gerusalemme: “i bambini di Gaza, per il terzo anno consecutivo, sono privati del loro diritto all'istruzione a causa della guerra; le loro scuole sono state distrutte, le loro aule sono state chiuse”. Per centinaia di migliaia di minorenni, quindi, la possibilità di continuare a studiare e a vivere esperienze fondamentali di crescita è affidata agli sforzi dell’Unicef e di numerose organizzazioni no-profit, come SOS Villaggi dei Bambini, che hanno allestito e mantengono in vita spazi educativi temporanei. Una sfida che si fa però ogni giorno più difficile, in assenza di un cessate il fuoco o almeno di una de-escalation.
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Oltre 500 bambini di Gaza raggiunti attraverso il programma educativo di SOS Villaggi dei Bambini
Attualmente, le attività di risposta educativa di emergenza sono state trasferite all’interno della zona umanitaria di Al-Mawasi – Khan Younis, dove sono state allestite sei aule completamente attrezzate e arredate, pensate per garantire continuità scolastica ed evitare che alunni e alunne rimangano indietro negli apprendimenti. Inoltre, nella sede si stanno realizzando ulteriori interventi per migliorare l’ambiente di studio, mentre prosegue il coordinamento con l’UNICEF per la fornitura di materiali didattici e la partecipazione all’Education Cluster, la piattaforma che riunisce organizzazioni locali e internazionali attive nel settore educativo.
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“Creare uno spazio educativo in questo periodo difficile e critico è davvero molto importante”, racconta Ahlam, insegnante di terza elementare, “ci sentiamo onorati di continuare a portare avanti la nostra missione, anche in queste circostanze”. Grazie a un accordo con un comitato di gestione scolastica locale, è stato possibile riservare uno spazio dedicato al Progetto di Educazione di Emergenza, rivolto in particolare alla prima infanzia e alle classi primarie inferiori. Oggi oltre 500 bambini e bambine, dalla scuola dell’infanzia alle prime classi della scuola primaria, ricevono ogni giorno istruzione sotto la guida di personale specializzato.
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La storia di Joud
Iniziative come quella di Khan Younis, però, pur meritevoli e strutturate, non riescono a far fronte a tutte le necessità di un sistema di istruzione che, a Gaza, come detto, è al collasso. Lo dimostrano storie come quella di Joud, una bambina che frequenta la seconda elementare e, dopo aver lasciato la scuola Ghassan Kanafani per la mancanza di un’insegnante di sostegno, ha trovato il suo posto alla scuola Hermann Gmeiner di Gaza. Fin dai primi giorni, gli insegnanti hanno notato in lei difficoltà sia comportamentali che di apprendimento: faceva fatica a concentrarsi, mostrava segni di iperattività, usciva spesso dall’aula senza permesso e disturbava le lezioni. Dal punto di vista scolastico, incontrava ostacoli nella lettura, nella scrittura, nel copiare dalla lavagna e non riusciva nemmeno a distinguere i colori. Tutte problematiche destinate ad aggravarsi in una situazione in cui non poteva esserle garantita un’istruzione di qualità e un progetto educativo calibrato sulle sue difficoltà. Fortunatamente, questo intervento c’è stato. Per sostenerla, il corpo docente ha elaborato un piano di apprendimento individuale, con sessioni di supporto dedicate insieme all’insegnante di sostegno e all’insegnante di inglese. Grazie a questo percorso, Joud ha iniziato a mostrare progressi significativi e oggi riconosce lettere e colori, scrive i numeri con maggiore sicurezza e riesce a mantenere la concentrazione più a lungo, soprattutto durante le attività di disegno e coloritura. Anche sul piano comportamentale i cambiamenti sono stati evidenti: è più disciplinata in classe, ha stretto amicizie con i compagni e la sua autostima è cresciuta. Sentirsi accolta e sostenuta l’ha aiutata a ridurre i comportamenti di fuga dall’aula e a vivere con serenità la vita scolastica. “Amo tantissimo la scuola e i miei insegnanti”, racconta oggi con entusiasmo, “da grande voglio diventare un’insegnante proprio come la signorina Raghda, la mia persona preferita”. Il lieto fine della storia di Joud, però, non cancella le enormi criticità che sta affrontando il sistema scolastico a Gaza. Un’emergenza nell’emergenza, che può essere risolta solo ponendo fine al conflitto.
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