Il bullismo è uno di quei temi su cui la consapevolezza è molto cresciuta negli ultimi anni, sia da parte delle famiglie che di tutti coloro che ricoprono ruoli educativi nei confronti dei ragazzi, in particolare a scuola. Sull'argomento vengono scritti libri, realizzati film, allestiti talk show, promossi studi e convegni, costruiti percorsi formativi. Un'attenzione più che giustificata, visto che il bullismo è un fenomeno senza dubbio preoccupante e, secondo i dati Istat, in crescita. Purtroppo, però, troppo spesso, l'interesse che i media dimostrano per il tema si trasforma in una sovraesposizione che rischia paradossalmente di offuscare la realtà. Il dibattito pubblico sul bullismo e, più in generale, sulla violenza tra pari, infatti, scivola di frequente in una polarizzazione sterile: da un lato l'indignazione che cerca il "bullo" da punire in modo esemplare, dall'altro la dannosa minimizzazione di chi riduce tutto a semplici "ragazzate". Per uscire da questo stallo, è necessario spogliare il tema dalla retorica e guardarlo in faccia, analizzando i numeri reali e le dinamiche profonde che lo generano.
Definizione
Che cos'è il bullismo, in parole semplici
Il termine bullismo viene oggi ampiamente utilizzato dai media e nelle conversazioni pubbliche per stigmatizzare comportamenti violenti messi in atto da minorenni verso altri minorenni. In questo senso, il concetto viene fatto coincidere quasi perfettamente con quello di violenza tra pari. Ma non è corretto, perché il bullismo è solo una delle possibili manifestazioni della violenza tra pari. È opportuno, quindi, tracciare un confine più chiaro di cosa significa bullizzare, cercando di definire questo fenomeno in modo semplice ma preciso. Di seguito, la definizione di bullismo tratta dal documento "Applying Safe Behaviours – Guida pratica", realizzato da SOS Villaggi dei Bambini nell'ambito dell'omonimo progetto:
"comportamenti come schernire, perseguitare, ridicolizzare e umiliare, che rischiano di ledere la dignità di un bambino e/o farlo sentire intimidito o umiliato, e/o creano un ambiente ostile e spiacevole".
— Definizione tratta da Applying Safe Behaviours – Guida pratica, SOS Villaggi dei Bambini
Questa definizione comprende anche esperienze di bullismo basate sul pregiudizio, quali razzismo e altre forme di discriminazione.
Il bullismo, con l'avvento delle nuove tecnologie e di nuovi spazi virtuali in cui i giovani possono incontrarsi e comunicare, ha anche assunto una nuova forma. Spostandosi online ha assunto le caratteristiche di queste piattaforme con contenuti denigratori che raggiungono sempre più persone e rimangono per sempre intrappolati nella rete. Episodi di questo genere si sono diffusi al tal punta da portare all'emergere di una nuova definizione, quella di cyberbullismo, di cui fa parte anche il sexting online, cioè la condivisione di immagini o video di natura sessuale e di persone nude, seminude oppure l'invio di messaggi sessualmente espliciti.
Riassumendo, quindi, sulla base della forma delle violenze perpetrate e subite, si possono identificare cinque tipologie di violenza tra pari:
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abuso fisico spintoni, calci, pugni o il danneggiamento degli oggetti personali della vittima;
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bullismo e intimidazione insulti, minacce, prese in giro, soprannomi offensivi o commenti razzisti e omofobi. Ha una connotazione fortemente sociale e relazionale, in quanto mira a isolare la vittima, escludendola dal gruppo, diffondendo pettegolezzi o rovinando le sue relazioni interpersonali;
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molestie online e cyberbullismo molestie, denigrazioni o diffusione di informazioni private mediante strumenti digitali (spesso anonimi);
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⚠️
molestie sessuali comportamenti indesiderati di natura sessuale, come commenti volgari o "battute" a sfondo sessuale;
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abuso sessuale comportamento dannoso a livello sessuale inopportuno o indesiderato, fino ad assumere forme di coercizione sessuale.
Infine, i luoghi in cui episodi di bullismo possono verificarsi sono molteplici e coincidono sostanzialmente con tutti quelli dove si svolge la vita sociale dei bambini e delle bambine, dei ragazzi e delle ragazze: scuola, società sportive, associazioni giovanili, luoghi pubblici (in strada, al parco e al parco giochi), mezzi di trasporto. Nel caso del cyberbullismo, poi, si aggiunge anche la dimensione virtuale e le violenze possono essere perpetrate online e a distanza.
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Dati Istat 2023
Quanto è diffuso il fenomeno del bullismo in Italia?
Purtroppo, l'immagine del bullismo come fenomeno sporadico o limitato a pochi contesti scolastici è ormai superata dalla realtà dei dati. Secondo l'ultima rilevazione Istat, che fotografa la situazione nel 2023, la violenza tra pari è diventata una componente strutturale della crescita per la maggioranza degli adolescenti italiani. Secondo i dati, infatti, quasi il 70% dei ragazzi tra gli 11 e i 19 anni ha vissuto almeno un episodio offensivo o irrispettoso nell'arco di un anno. Inoltre, per un ragazzo su cinque, la vessazione non è un evento isolato, ma una sofferenza quotidiana o settimanale, che trasforma i luoghi della socialità e dell'apprendimento in spazi di ansia e sofferenza. In particolare, il cyberbullismo colpisce il 34% degli adolescenti.
Molto interessanti sono anche i numeri relativi all'incidenza della violenza a seconda dell'età e del genere, perché emerge chiaramente come il bullismo non sia un fenomeno che colpisce tutti allo stesso modo. Esiste una "fase critica" ben definita: i più esposti sono i ragazzi tra gli 11 e i 13 anni, ovvero gli studenti delle scuole medie, con quasi il 24% di loro che denuncia atti continuativi (quota che scende al 19,8% tra gli adolescenti più grandi). Dal confronto tra maschi e femmine, invece, emerge una sostanziale parità nel numero delle vittime ma una differenza nelle modalità di aggressione. Mentre tra i ragazzi prevale ancora la violenza diretta e verbale, con insulti e offese che colpiscono il 16% di loro, le ragazze si confrontano con una violenza più silenziosa e psicologica, cioè quella dell'esclusione sociale. Essere tagliate fuori dal gruppo, ignorate o marginalizzate è un'esperienza che ferisce oltre il 12% delle ragazze, una percentuale nettamente superiore a quella maschile, dimostrando come l'isolamento sia un'arma potente quanto l'insulto.
11–13 anni
La fascia più esposta. Quasi il 24% denuncia atti continuativi (scende al 19,8% tra gli adolescenti più grandi).
26,8%
Giovani di origine straniera con violenze continuative, vs 20,4% dei coetanei italiani. Comunità rumena e ucraina sfiorano il 30%.
16%
Dei ragazzi colpiti da insulti e offese dirette. Tra le ragazze prevale l'esclusione sociale (oltre il 12%).
21–22%
Di casi continuativi nel Nord Italia, contro il 20% del Mezzogiorno — contrariamente alla narrazione comune.
Un altro interessante angolo di osservazione del fenomeno del bullismo è quello geografico. Contrariamente alla narrazione comune che dipinge il Sud come area di maggiore criticità sociale, il bullismo appare più frequente nelle regioni del Nord Italia (oltre il 21-22% di casi continuativi) rispetto al Mezzogiorno (20%), dove invece è più alta la percentuale di ragazzi che dichiarano di non aver mai subito offese.
Un altro discrimine marcato è quello che viaggia lungo l'asse della cittadinanza. Il principale target, infatti, sono i giovani di origine straniera: il 26,8% di loro subisce violenze continuative, contro il 20,4% dei coetanei italiani. Addirittura, alcune comunità, come quella rumena e ucraina, sfiorano il 30% di vittime ricorrenti.
Prevenzione
I fattori di rischio della violenza tra pari: perché una persona diviene oggetto di bullismo
Per prevenire e rispondere in modo efficace alla violenza tra pari, non basta osservare il fenomeno dall'esterno: è assolutamente necessario capire nel profondo chi sono i soggetti coinvolti e quali siano le motivazioni scatenanti. Gli episodi di violenza coinvolgono ragazzi e ragazze di ogni età e si verificano trasversalmente in tutti i contesti in cui i giovani interagiscono: nei luoghi dove vivono, dove imparano e dove socializzano. Tuttavia, i dati visti sopra fanno emergere con chiarezza che non tutti corrono lo stesso pericolo: esiste una serie specifica di fattori socioeconomici, culturali e personali in grado di aumentare drasticamente il rischio di diventare bersaglio di violenza tra pari.
È fondamentale riconoscere e comprendere questi elementi, che possiamo suddividere nelle seguenti macroaree:
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1
contesto socioculturale ed economico il rischio aumenta per chi proviene da contesti socioeconomici vulnerabili ed emarginati. Una particolare attenzione va rivolta a chi ha un background culturale, religioso o nazionale diverso, come nel caso di bambini rifugiati, migranti o appartenenti a minoranze etniche;
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2
ambiente familiare e traumi pregressi la violenza subita o osservata in casa è un forte fattore di rischio, rientrano in questa sfera anche abusi fisici, sessuali o emotivi, grave negligenza, o l'aver vissuto eventi traumatici come lutti, guerre o la perdita delle cure genitoriali;
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3
caratteristiche individuali e Bisogni Educativi Speciali (BES) sono frequentemente presi di mira i ragazzi con disabilità fisiche, difficoltà di apprendimento, disturbi della salute mentale o neurodivergenze (come i disturbi dello spettro autistico - ASD, o deficit di attenzione/iperattività - ADHD) ma anche coloro che manifestano tratti della personalità percepiti come "diversi";
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4
identità e aspetto fisico i fattori legati all'apparenza (essere in sovrappeso, portare gli occhiali, non vestire "alla moda") sono classici inneschi per il bullismo e un ruolo cruciale è giocato anche dall'orientamento sessuale e dall'identità di genere;
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5
fattori sistemici e comportamentali non bisogna sottovalutare l'influenza dei mezzi di comunicazione (ad esempio l'esposizione alla violenza in TV e nei film) e comportamenti a rischio come l'abuso di alcol e droghe;
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6
condizione specifica dell'accoglienza per i bambini e ragazzi che vivono in contesti di accoglienza eterofamiliare, esiste un fattore aggiuntivo che gli adulti di riferimento devono considerare: il rischio derivante dalla discriminazione legata proprio alla loro esperienza di essere "accolti" o istituzionalizzati.
Quando analizziamo questi fattori, è bene adottare un approccio reattivo basato sul modello ecologico. Usare questo modello significa non limitarsi a guardare il singolo individuo, ma esplorare e comprendere le influenze dei micro e macro sistemi che lo circondano. Solo capendo come queste sfere incidano sulle vite dei ragazzi possiamo comprendere appieno, e quindi contrastare, il fenomeno della violenza tra pari.
Il ragionamento sugli elementi che favoriscono l'emergere della violenza tra pari non è però completo se non si prende in considerazione anche il forte peso delle norme sociali e di genere. Come visto, la violenza interessa entrambi i sessi, ma spesso si manifesta in modi diversi. Questi modi sono influenzati anche dalle aspettative sociali. Per le ragazze, ad esempio, le norme patriarcali legate a ideali di femminilità, pudore e obbedienza possono limitare la libertà e imporre il silenzio. Allo stesso modo, la paura di gettare vergogna sulla famiglia spesso impedisce loro di denunciare gli abusi, specialmente se di natura sessuale, rendendoli bersagli più facili e isolati. Per i ragazzi, invece, l'aspettativa sociale di dover dimostrare la propria "virilità" e mascolinità può spingerli verso la violenza fisica o comportamenti a rischio (come l'uso di droghe o l'affiliazione a baby gang) per affermare la propria posizione. Al contempo, chi non si allinea a questo modello di forza corre un alto rischio di essere preso di mira dai pari e, temendo di mostrare una vulnerabilità ritenuta inaccettabile, spesso evita di chiedere aiuto.
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Cause e segnali
Le cause del bullismo e i segnali da tenere sotto controllo
Come in parte già emerso dalle statistiche, è bene sottolineare che il bullismo (e più in generale la violenza tra pari) non è un fenomeno statico ma cambia volto e gravità con la crescita. Sebbene il picco di esposizione si registri tra gli 11 e i 18 anni, è fondamentale capire come i rischi si trasformino nel tempo per intervenire efficacemente. Bisogna poi tenere a mente che le cause del bullismo, cioè gli elementi che scatenano la violenza, possono essere molteplici.
Primissima infanzia
I segnali di disagio a cui prestare attenzione sono aggressività eccessiva, urla sproporzionate o, all'opposto, ansia, chiusura e rifiuto delle attività di gruppo. Questi atteggiamenti, però, raramente sfociano in violenza tra pari. A questa età, la minaccia proviene solitamente dai caregiver e i comportamenti anomali sono spesso spia di abusi domestici o disabilità non diagnosticate.
Ingresso a scuola
Lo scenario cambia radicalmente con l'ingresso a scuola. La violenza tra pari insorge tipicamente verso i 6 anni, spesso nel contesto scolastico, dove i bambini vulnerabili sono quelli che "non sembrano adeguati": non possedere "giochi alla moda" o avere difficoltà scolastiche (dislessia, discalculia) diventa motivo di esclusione. Compaiono così aggressività fisica, linguaggio scurrile e le prime manipolazioni di gruppo.
Adolescenza
Entrando nell'adolescenza, la ribellione verso l'autorità e l'uso autonomo della tecnologia amplificano i rischi. La violenza diventa fisica (specie nei maschi) e digitale. Si apre il già citato divario di genere: i ragazzi sono spinti a dimostrare dominanza, le ragazze subiscono pressioni sociali e le prime forme di violenza all'interno della coppia.
Tarda adolescenza
Nella tarda adolescenza i comportamenti si estremizzano. La sperimentazione lascia il posto all'abuso di sostanze e alla logica del "branco", che può sfociare in atti criminali e risse violente. La divergenza di genere tocca il suo apice drammatico: mentre i maschi rischiano di tradurre l'aggressività in violenza sessuale (spesso al primo stupro in questa fascia), le ragazze diventano le vittime principali di abusi sessuali e violenza da parte del partner.
Sintetizzando al massimo, si può affermare che il bullismo nasce da un mix di tre cause:
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Il singolo
Il bullo ha spesso una bassa autostima o una scarsa empatia e usa la forza per nascondere insicurezze o per guadagnare potere e popolarità nel gruppo.
🏠
L'ambiente
Modelli familiari rigidi o violenti e una mancanza di regole a scuola o nello sport creano il terreno fertile per l'aggressività.
👥
Il gruppo
La pressione dei pari e l'indifferenza degli spettatori alimentano il fenomeno, in quanto il bullo agisce alla ricerca dell'approvazione degli altri.
Oltre la vergogna: riconoscere i segni del bullismo in chi lo subisce
A questo punto, però, è opportuno osservare anche l'altro lato dell'atto di bullismo, ovvero quello di chi ne è oggetto. Spesso chi subisce violenza non parla per vergogna o paura. È compito degli adulti cogliere i segnali indiretti che il ragazzo o la ragazza sta lanciando. Ecco i più comuni indicatori di vittimizzazione:
🩹 Segnali fisici
- lividi, graffi o ferite inspiegabili
- vestiti strappati o oggetti personali (libri, elettronica) rovinati o "persi" frequentemente
😰 Segnali psicosomatici
- mal di testa, mal di pancia ricorrenti (spesso la mattina prima di scuola)
- disturbi del sonno o incubi
- cambiamenti nell'appetito
📚 Cambiamenti scolastici
- improvviso calo del rendimento
- rifiuto di andare a scuola
- paura di prendere lo scuolabus o richiesta di essere accompagnati ovunque
💻 Comportamenti digitali
- chiudere bruscamente lo schermo se entra qualcuno
- apparire turbati dopo aver controllato il telefono o il computer
Tra i cambiamenti sociali e emotivi: perdita di amici, isolamento improvviso, rinuncia ad attività che prima piacevano, sbalzi d'umore, irritabilità, scoppi di pianto o minacce di farsi del male.
Cosa fare
Come affrontare episodi di bullismo
Una volta intercettati i campanelli d'allarme, l'osservazione silenziosa deve trasformarsi immediatamente in azione. Tuttavia, nessun adulto può vincere questa battaglia da solo. Anzi, come suggerisce il modello ecologico, è necessario attivare una vera e propria "alleanza" che circondi il ragazzo, in cui ogni figura educativa giochi un ruolo preciso e complementare per disinnescare la violenza alla radice.
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Le famiglie
Il compito più difficile è spesso abbandonare la negazione o la minimizzazione. Il genitore è la prima linea di difesa: deve creare un clima di ascolto non giudicante, permettendo al figlio di confidarsi senza timore. Sul fronte digitale, è essenziale educare alla tecnologia prima ancora di concederne l'uso autonomo, monitorando le attività online per raccogliere eventuali prove di cyberbullismo.
🏫
La scuola
La vigilanza deve andare oltre la lezione frontale. Gli insegnanti sono chiamati a osservare le dinamiche nei momenti non strutturati (ricreazione, cambi d'ora, bagni). La Legge 71/2017 impone la presenza in ogni istituto di un Referente per il bullismo e cyberbullismo. La scuola deve attivare non solo percorsi disciplinari, ma anche educativi e reintegrativi.
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Educatori e allenatori
Spesso sottovalutati, gli allenatori sportivi, i capi scout e gli animatori vedono i ragazzi in contesti più liberi e fisici, dove le gerarchie del gruppo si manifestano con forza. Luoghi come gli spogliatoi sono zone franche ad alto rischio. L'allenatore deve promuovere una cultura del fair play che includa il rispetto per il compagno più debole.
📋 Strumenti istituzionali di tutela
Se il dialogo tra queste figure si arena o la situazione degenera in pericolo immediato, esistono strumenti di tutela superiori che scavalcano le dinamiche interne. Per i casi di cyberbullismo (sopra i 14 anni), la legge offre l'Ammonimento del Questore: un "cartellino giallo" istituzionale che convoca il responsabile e la sua famiglia, spesso sufficiente a fermare le molestie senza attivare un processo penale. Risorse come il 114 Emergenza Infanzia o l'app YouPol della Polizia di Stato restano ancore di salvezza sempre attive per segnalare, anche in forma anonima, situazioni di grave rischio.
Conosci il concetto di scuola riparativa?
"Come punire i bulli?" non è una buona domanda da porsi
Una volta attivata la rete di protezione tra scuola, famiglia e istituzioni, scatta spesso negli adulti l'urgenza istintiva di cercare una sanzione esemplare. Tuttavia, digitare sui motori di ricerca o chiedere a gran voce come punire coloro che agiscono la violenza rischia di essere una strategia miope se non accompagnata da una visione più ampia. La psicologia dello sviluppo e i dati sul fenomeno ci insegnano infatti che l'azione puramente coercitiva e punitiva raramente funziona nel lungo termine; al contrario, può inasprire la rabbia, l'isolamento e il desiderio di rivalsa del ragazzo, alimentando quel ciclo della violenza che vede spesso i persecutori essere stati a loro volta vittime in altri contesti.
Non dobbiamo mai dimenticare che l'iniziatore di violenza non è un ruolo statico, ma il protagonista di una dinamica relazionale disfunzionale. Detto in altre parole: non si è violenti, si agisce violenza. Rispondere alla prevaricazione con altra "violenza" istituzionale (la mera punizione severa) non risolve il problema alla radice. La vera sfida educativa non è punire, ma responsabilizzare: serve attivare percorsi di giustizia riparativa che costringano l'aggressore a guardare in faccia il dolore causato alla vittima, a comprenderlo e, concretamente, a ripararlo. Solo trasformando la sanzione in un percorso di rieducazione all'empatia possiamo sperare di spezzare la catena dell'odio e impedire che il ragazzo che agisce violenza oggi diventi un adulto abusante domani.