Responsabilità sociale

Il bilancio di sostenibilità: da obbligo da assolvere a strumento di reale cambiamento

La direttiva CSRD ha trasformato il bilancio di sostenibilità da documento volontario a obbligo strutturato per migliaia di aziende europee, con standard precisi (ESRS e VSME), scadenze progressive e sanzioni per chi non adempie. Ma la normativa da sola non basta a garantire la qualità della rendicontazione. La differenza tra un report di sostenibilità efficace e uno puramente formale non si legge nei numeri — si legge nelle intenzioni di chi lo costruisce e nell'uso che ne fa.

I professionisti che, all’interno di un’azienda o organizzazione, si occupano di responsabilità sociale d’impresa lo sanno: c'è una differenza enorme tra chi redige un bilancio di sostenibilità perché è obbligato a farlo e chi lo costruisce perché crede davvero nelle potenzialità della CSR. La prima categoria produce documenti, la seconda produce cambiamento. E chi appartiene alla seconda categoria conosce altrettanto bene la fatica di dover convincere il management che la sostenibilità non è un costo da giustificare ma un valore da praticare. Sa quanto è difficile tradurre un impegno genuino in indicatori misurabili, in obiettivi credibili, in una rendicontazione che racconti davvero quello che l'organizzazione fa. Il quadro normativo sta cambiando rapidamente, i nodi irrisolti sono ancora molti, e uno strumento spesso ridotto ad adempimento ha un potenziale che va molto oltre l'obbligo. Vale la pena esplorarlo.

Cos’è un bilancio di sostenibilità (e perché spesso viene usato male)

Il bilancio di sostenibilità è un report annuale con cui un'azienda o un'organizzazione rendiconta in modo strutturato gli effetti delle proprie attività su ambiente, società e governance, cioè le tre dimensioni che il mercato finanziario ha imparato a sintetizzare nell'acronimo ESG (Environmental, Social, Governance). Sul piano dei contenuti, quindi, il report di sostenibilità copre un perimetro ampio: dall'ambiente (consumi energetici, emissioni di CO₂, uso dell'acqua, gestione dei rifiuti, tutela della biodiversità) alla dimensione sociale (condizioni di lavoro, sicurezza, diritti umani, diversità, inclusione, relazioni con le comunità locali) fino alla governance (strutture di governo, etica aziendale, trasparenza, lotta alla corruzione, politiche di rischio e compliance). Il report di sostenibilità serve quindi a comunicare come l'organizzazione crea valore nel lungo periodo, rendendo conto anche degli impatti non finanziari delle proprie attività.

Fin qui la definizione “sulla carta”. Il problema è che nella pratica il bilancio di sostenibilità non sempre viene usato in modo conforme ai suoi scopi. Si tratta, infatti, di uno strumento che si presta a un uso improprio, e le forme che questo uso assume sono abbastanza ricorrenti, tanto da poter essere ricondotte tutte alle seguenti ipotesi.

  • Greenwashing e social washing. È il caso di report che enfatizzano selettivamente gli aspetti positivi, omettono le criticità e presentano iniziative marginali come se fossero al centro della strategia.
  • Vaghezza metodologica. Indicatori indefiniti, dati non verificabili, metriche scelte più per la loro comunicabilità che per la loro capacità di misurare davvero qualcosa.
  • Non rispondenza alla realtà organizzativa. Documenti formalmente impeccabili prodotti da aziende in cui la sostenibilità non entra realmente nelle decisioni economiche, nei processi di acquisto, nelle politiche del personale.

Questo non significa che tutti i bilanci di sostenibilità siano fumosi, anzi. Significa, però, che lo strumento, da solo, non è garanzia di impegno per l’ambiente e per il sociale e che la differenza tra rendicontazione reale e operazione di immagine non si legge sempre nei numeri, ma nel modo in cui quei numeri sono stati scelti, costruiti e messi in relazione con le scelte strategiche dell'organizzazione.

Fortunatamente, la normativa europea con l'introduzione della CSRD e degli standard ESRS (vedi paragrafi successivi) sta rendendo sempre più sostanziale il valore del bilancio di sostenibilità, visto che la rendicontazione è diventata più stringente, soggetta a verifica esterna e a sanzioni in caso di non conformità. La vera differenza, però, la possono fare solo le singole aziende, usando in modo genuino il report per raccontare un impegno altrettanto autentico.

La normativa che regola il bilancio di sostenibilità: cosa è cambiato e cosa resta irrisolto

Come in parte già anticipato, il bilancio di sostenibilità poggia oggi su una piramide normativa costruita prevalentemente a livello europeo e poi recepita nei singoli ordinamenti nazionali. Conoscerne l'architettura è utile non solo per orientarsi negli obblighi, ma per capire dove il sistema funziona e dove ancora scricchiola.

La fonte centrale è la direttiva CSRD (di cui abbiamo parlato più approfonditamente qui – link articolo dedicato), che ha sostituito e ampliato la precedente NFRD (Non Financial Reporting Directive), la norma che per prima aveva introdotto l'obbligo di una dichiarazione non finanziaria per le grandi imprese quotate. La CSRD estende quell'obbligo a una platea molto più ampia di soggetti e lo rafforza con standard di rendicontazione precisi, gli ESRS (European Sustainability Reporting Standards), che definiscono cosa comunicare, come misurarlo e secondo quale logica. A completare il quadro europeo ci sono la Tassonomia UE, che definisce cosa può essere qualificato come investimento sostenibile, e la SFDR (Sustainable Finance Disclosure Regulation), che regola l'informativa di sostenibilità nei servizi finanziari. In Italia, il processo di recepimento della CSRD si è concluso con il D.lgs. 125/2024, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 10 settembre 2024 e diventato pienamente operativo il 25 settembre 2024.

Cosa è cambiato in modo sostanziale nel passaggio tra le due normative europee? Molte cose e in meglio. In primo luogo, l'obbligo di redazione del report di sostenibilità non è più volontario né limitato a poche grandi quotate: la CSRD (come vedremo meglio più avanti) lo estende significativamente e lo integra nell'informazione societaria ordinaria. Inoltre, si è passati da una pluralità di parametri di riferimento a un unico standard europeo per la compilazione del bilancio. È poi diventata pienamente operativa la doppia materialità, che impone alle imprese di rendicontare non solo gli effetti che producono sull'ambiente e sulla società, ma anche l'impatto che quei fattori hanno sul loro risultato economico. Allo stesso modo, la cosiddetta catena del valore è entrata nell'obbligo di rendicontazione e questo significa che nel report bisogna includere anche fornitori, clienti, territori. Infine, per la prima volta, è prevista una verifica esterna.

Alcuni nodi, però, sono rimasti irrisolti. Redigere il bilancio di sostenibilità rimane un’operazione complessa e le sovrapposizioni normative non facilitano il lavoro. Allo stesso modo, proroghe e rimodulazioni delle scadenze hanno lasciato in molti casi un'incertezza di fondo su come e quando evolvere i propri sistemi di rendicontazione. In sintesi: le regole sono diventate più forti, perché obbligatorie e standardizzate. Ma avere regole migliori non risolve automaticamente i problemi di capacità, coerenza e volontà che determinano la qualità reale di un bilancio di sostenibilità.

Chi ha l’obbligo di redigere il bilancio di sostenibilità e chi è esente

La questione dell’obbligatorietà del bilancio di sostenibilità merita di essere approfondita, anche perché è cambiata radicalmente negli ultimi anni e continua a evolversi. Con l'introduzione della CSRD e i recenti aggiornamenti del Pacchetto Omnibus del 2025, il perimetro si è allo stesso tempo allargato e rimodulato.

L’obbligatorietà o meno del report di sostenibilità dipende da due fattori: la dimensione e la tipologia dell'organizzazione. Nel dettaglio:

  • le grandi imprese di interesse pubblico già soggette alla vecchia NFRD (come società quotate, banche, assicurazioni con oltre 500 dipendenti) hanno rendicontato per la prima volta i dati del 2024, con pubblicazione nel 2025;
  • le grandi imprese non quotate che superano almeno due dei seguenti criteri (più di 250 dipendenti, oltre 50 milioni di euro di fatturato, oltre 25 milioni di euro di totale attivo) sono entrate nell'obbligo a partire dai dati 2025;
  • le PMI quotate seguiranno con i dati 2026, con possibilità di deroga fino al 2028;
  • i gruppi extra-UE con fatturato netto superiore a 150 milioni di euro nel mercato europeo chiuderanno il calendario con i dati 2028.

Di riflesso, sono esenti dall’obbligo di redigere il bilancio di sostenibilità le microimprese (meno di 10 dipendenti e fatturato inferiore a 2 milioni di euro), le PMI non quotate e le società controllate i cui dati siano già inclusi nel bilancio consolidato della capogruppo.

C’è però un elemento a cui prestare attenzione: l'esenzione normativa non equivale all'esenzione di mercato. Le grandi imprese obbligate, infatti, devono rendicontare gli impatti lungo tutta la propria catena del valore, fornitori inclusi. Questo significa che un'organizzazione formalmente esente può trovarsi a dover produrre dati ESG strutturati semplicemente perché un cliente importante o un istituto di credito li richiedono come condizione per continuare il rapporto commerciale o accedere a finanziamenti agevolati.

Quali sanzioni per chi omette il bilancio di sostenibilità?

La definizione del perimetro di chi è obbligato al report di sostenibilità porta con sé il tema delle sanzioni per chi vi si sottrae. La CSRD disegna effettivamente un sistema sanzionatorio articolato e calibrato in modo progressivo.

Per le società, le sanzioni amministrative pecuniarie possono arrivare fino a 10 milioni di euro o fino al 5% del fatturato annuo, applicando l'importo maggiore tra i due. A questo si aggiunge uno strumento che in certi contesti pesa più della sanzione economica: la dichiarazione pubblica dell'infrazione da parte della CONSOB, con effetti reputazionali difficili da quantificare ma spesso più duraturi. Le conseguenze del mancato assolvimento dell’obbligo, poi, colpiscono anche gli amministratori, che possono in correre in sanzioni pecuniarie e, nei casi più gravi, in responsabilità penale (false comunicazioni sociali o omesso deposito al Registro delle imprese). Infine, anche i revisori della sostenibilità sono esposti: le irregolarità nell'esercizio del controllo possono comportare sanzioni pecuniarie fino a circa 125.000 euro per la società di revisione e 50.000 euro per il singolo professionista.

Lo standard ESRS e lo standard VSME per il bilancio di sostenibilità

A monte di qualsiasi bilancio di sostenibilità c'è una domanda concreta: secondo quali parametri lo si redige? In Europa oggi esistono due punti di riferimento principali, rivolti a platee diverse e con logiche diverse:

  • gli ESRS per le grandi imprese obbligate dalla CSRD;
  • il VSME per le PMI che scelgono di rendicontare su base volontaria.

Gli ESRS (European Sustainability Reporting Standards) sono il nuovo standard obbligatorio europeo. Sostituiscono la frammentazione dei framework precedenti con un quadro unico che si applica a tutte le imprese soggette alla CSRD. Sono organizzati in 12 standard divisi in due blocchi:

  • due standard trasversali, validi per tutte le imprese (ESRS 1 sui requisiti generali ed ESRS 2 sulle informazioni di governance, strategia e gestione dei rischi);
  • dieci standard tematici, che si applicano in base alla materia (cinque per l’ambiente, quattro per il sociale, uno per la governance).

Il principio cardine degli ESRS è la doppia materialità: ogni impresa deve valutare sia gli impatti che la propria attività produce su ambiente e società, sia l'effetto che i fattori di sostenibilità hanno sul proprio risultato economico.

Il VSME (Voluntary Sustainability Reporting Standard for non-listed SMEs) è invece il framework pensato per le micro, piccole e medie imprese non quotate, che restano fuori dall'obbligo CSRD ma che si trovano comunque sotto pressione da parte di banche, grandi clienti e partner commerciali che richiedono dati ESG strutturati. Questo standard si compone di:

  • un Modulo Base che copre informazioni generali, metriche ambientali essenziali e alcune indicazioni sociali e di governance;
  • un Modulo Completo opzionale per chi ha esigenze più articolate o interlocutori più esigenti.

La differenza sostanziale tra ESRS e VSME non è solo di complessità, ma di funzione. Gli ESRS sono uno strumento di compliance. Il VSME, invece, è uno strumento di posizionamento e di preparazione che aiuta le PMI ad adottare la logica ESG, a strutturare i propri dati e a costruire un linguaggio comune con i propri interlocutori, senza l'onere di un sistema complesso.

Reputazione vs rendicontazione: il ruolo del bilancio di sostenibilità oltre obblighi e formalismi 

Fino a qui, però, tutto ciò che ruota interno al bilancio di sostenibilità sembra risolversi in una sequela di obblighi e responsabilità. Un approccio del genere rischia però di non cogliere il cuore vivo della questione e il ruolo reale di questo strumento. C'è una tensione, infatti, che attraversa i bilanci di sostenibilità, quella tra chi li redige per comunicare e chi li redige per capire.

Nel primo caso, il bilancio di sostenibilità è essenzialmente uno strumento reputazionale. Serve a costruire o consolidare un'immagine. Il che non è sbagliato, ma lo diventa se la logica reputazionale prende il sopravvento sulla logica rendicontativa. È quello che succede, ad esempio, quando il documento viene costruito a partire da ciò che conviene mostrare, invece che da ciò che è utile misurare. In quel momento, il bilancio smette di essere uno strumento di governo e diventa un prodotto editoriale.

Nel secondo caso, il bilancio di sostenibilità è prima di tutto uno strumento interno. Serve a capire dove si è, dove si vuole andare e come misurare la distanza tra i due punti. I dati non vengono scelti per la loro comunicabilità ma per la loro capacità di dire qualcosa di vero sull'organizzazione. Le criticità non vengono omesse ma analizzate. Gli obiettivi non vengono formulati per sembrare ambiziosi ma per essere perseguibili e verificabili.

La differenza è sostanziale. Le organizzazioni che usano il bilancio di sostenibilità come strumento di conoscenza tendono a sviluppare nel tempo una capacità reale di gestire i propri impatti, a intercettare i rischi prima che diventino problemi, a costruire con gli stakeholder un rapporto basato su dati verificabili. Quelle che lo usano prevalentemente per la reputazione rimangono invece esposte a un mercato sempre più esigente e a una normativa sempre più stringente.

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Fonti

Unpacking Children's Rights under the European Sustainability Reporting Standards - Unicef