Protezione e accoglienza

Le case-famiglia per minori in Italia, un pilastro dell’accoglienza fuori famiglia

In Italia, oltre 30.000 minorenni vivono fuori dalla famiglia d’origine. Molti vengono accolti in case-famiglia, strutture residenziali a carattere familiare che offrono un ambiente protetto, affettivo e relazionale. Queste strutture rappresentano infatti uno dei cardini su cui si basa la normativa italiana dedicata ai minorenni separati dalle loro famiglie di origine.

Ogni giorno, in Italia, migliaia di bambini e ragazzi vivono lontano dalla propria famiglia di origine. Alle spalle, spesso, hanno storie difficili: maltrattamenti e violenza domestica (subita o assistita), trascuratezza, incapacità genitoriale, contesti inadeguati alla loro crescita. Davanti, invece, hanno la possibilità di costruire nuove traiettorie di cura in ambienti protetti e accoglienti. Secondo i dati più recenti, risalenti al 31 dicembre 2023, i Servizi sociali territoriali (ATS) hanno preso in carico 42.002 minorenni (compresi i MSNA, minori stranieri non accompagnati), inserendoli in affidamento familiare o collocandoli in strutture residenziali. Escludendo i bambini stranieri, il conteggio scende a 33.310, un dato sostanzialmente stabile rispetto al 2022. Rilevante, per tracciare un quadro complessivo, è il numero dei minorenni che, per almeno cinque notti a settimana, vivono stabilmente fuori dalla propria famiglia: sono 30.936, in lieve aumento (+1%) rispetto all’anno precedente. A livello territoriale, le regioni con il maggior numero assoluto di minorenni fuori famiglia sono Lombardia, Sicilia, Emilia-Romagna, Piemonte, Lazio, Puglia e Campania. Ma il quadro cambia se si guarda al tasso per residenti: a fronte di una media nazionale di 3,5 minorenni fuori famiglia ogni 1.000 residenti tra 0 e 17 anni, spiccano le percentuali fatte registrare dalla Liguria (6,1‰), la Sardegna e la Provincia di Trento (oltre 4‰), mentre regioni come Lazio, Abruzzo, Veneto e Campania si attestano su valori più bassi della media. Ma se non sono più a casa con la loro famiglia, dove vivono questi bambini e bambine, ragazzi e ragazze? Le soluzioni offerte dalla legge, come in parte già accennato, sono diverse e spaziano dalle famiglie affidatarie alle comunità educative e alle case-famiglia. Su quest’ultima tipologia di struttura è opportuno fare un approfondimento, perché il termine è spesso utilizzato in modo improprio nel dibattito pubblico e tra i non addetti ai lavori, unificando sotto una stessa “etichetta” realtà molto diverse. Le case-famiglia, invece, hanno caratteristiche ben precise, fissate puntualmente dalla legge, ed è bene conoscerle, visto che rappresentano una risposta centrale nel sistema di tutela dei minori.

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Dagli orfanotrofi alle case-famiglia, una rivoluzione educativa necessaria

In questo breve percorso alla scoperta delle case-famiglia, è bene partire da un altrettanto rapido riepilogo dell’evoluzione pedagogica e normativa che ha portato alla loro istituzione. Per secoli, infatti, in Italia, l’accoglienza dei bambini privi di cure familiari è stata affidata agli orfanotrofi. Nati in epoca medievale per iniziativa delle confraternite religiose, e poi trasformati in istituzioni pubbliche dopo l’Unità d’Italia, questi luoghi garantivano protezione fisica, ma spesso a scapito della dimensione affettiva. Strutture grandi, impersonali, governate da regole rigide e da un modello educativo standardizzato: era questo l’ambiente in cui molti bambini crescevano, lontani dai propri legami, con poche occasioni di relazione stabile.

A partire dagli anni ’70, però, questo modello istituzionale è stato sempre più criticato da pedagogisti, psicologi e operatori sociali. Studi ed esperienze sul campo hanno dimostrato che quella modalità di vita imposta ai bambini e alle bambine poteva comprometterne lo sviluppo emotivo e relazionale. Queste nuove sensibilità hanno permesso di avviare un lungo ma fruttuoso percorso di riforma, culminato con la Legge 149 del 2001, che ha sancito la chiusura degli orfanotrofi entro il 2006 e la loro sostituzione con modalità di accoglienza fondate sulla centralità della relazione.

Oggi il sistema italiano prevede che i minorenni allontanati dalla propria famiglia siano accolti prioritariamente in famiglie affidatarie e, solo in seconda istanza, in strutture residenziali a carattere familiare, come le case-famiglia. Queste strutture, però, non hanno nulla in comune con i vecchi orfanotrofi, perché si caratterizzano come contesti piccoli, protetti, dove ricostruire, almeno in parte, le sensazioni del vivere a casa. Si è trattato, quindi, di una trasformazione non solo normativa, ma soprattutto culturale: perché ogni bambino ha diritto a crescere in un ambiente che gli somigli, lo accolga e gli restituisca futuro.

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Cos’è e come funziona una casa-famiglia per bambini e bambine

A questo punto, è necessario tracciare una definizione più chiara e netta di casa famiglia (o comunità di tipo familiare). In estrema sintesi, è possibile affermare che

le case-famiglia sono piccole strutture residenziali pensate per accogliere bambini e ragazzi che, a causa di gravi difficoltà familiari come trascuratezza o violenza, non possono continuare a vivere nella propria famiglia d’origine.

A differenza delle comunità socioeducative, spesso più grandi e strutturate su turni, le case-famiglia ospitano un numero limitato di minori (in genere 4–6), seguiti da figure adulte di riferimento stabili, con l’obiettivo di ricreare un’atmosfera di tipo domestico, affettivo e protetto. Secondo i dati del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, sul territorio nazionale sono attive 3.997 strutture residenziali per minori, con una capienza totale di 28.532 posti di accoglienza, di cui 2.470 dedicati a pronta accoglienza (8,7%). Fra queste strutture, le case-famiglia rappresentano circa il 21% delle strutture e il 19% dei posti letto.

Il quadro normativo che regolamenta l’accoglienza dei minori fuori famiglia e quindi anche le case-famiglia, è incardinato sulla già citata Legge 149/2001, che intervenne in modo profondo sulla Legge 184/1983. Questo testo stabilisce che l’attivazione di una casa-famiglia avvenga su disposizione dei servizi sociali o del Tribunale per i Minorenni, previa autorizzazione regionale o comunale del progetto educativo, della sede e dell’équipe. L’accoglienza è regolata da un progetto educativo individualizzato (PEI), stabilito all’ingresso del minore, che individua tempi, obiettivi e misure per favorire il suo benessere e, quando possibile, il rientro in famiglia o l’inserimento in percorsi di affido o adozione.

Non è impossibile, però, che il minore resti in casa-famiglia fino al compimento dei 18 anni. Non a caso, una questione oggi centrale quando si parla di ragazzi fuori famiglia è quella dei care leavers: i giovani che, giunti alla maggiore età, escono dal sistema di tutela. Si stima che siano circa 3.000 ogni anno quelli che si affacciano alla vita autonoma e si ritrovano spesso soli, privi di supporti abitativi, economici o relazionali stabilizzati. Con la Legge 205/2017 è stata avviata la sperimentazione di un sistema di supporto all’autonomia fino ai 21 anni, attraverso tutor, borse di studio, aiuti per affitti e inserimento lavorativo. Per questo motivo, oggi più che mai, le case-famiglia sono chiamate non soltanto a gestire l’accoglienza durante la minore età, ma a progettare da subito percorsi strutturati di transizione, che accompagnino i ragazzi verso l’autonomia in modo graduale, rafforzando rete, competenze e diritti, per evitare che l’uscita dal sistema diventi sinonimo di abbandono.

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