I bombardamenti di USA e Israele contro l'Iran sono solo l'ultimo tassello di un'escalation che sta incendiando il Medio Oriente da ormai quasi tre anni, cioè da quando è esplosa la recrudescenza della guerra in Palestina, con i bombardamenti a tappeto della Striscia di Gaza. Una conflittualità che ha radici antiche e che sta provocando una nuova scia di morti, feriti e profughi, colpendo in maniera pesante anche i bambini.

La guerra in Ucraina, i bombardamenti su Gaza, l'invasione del Libano e ora il conflitto in Iran. Se è vero che (purtroppo) le guerre nel mondo non si sono mai fermate, è altrettanto vero che i conflitti globali, negli ultimi anni, sono tornati il principale argomento del dibattito pubblico e dei canali di informazione. Perché i conflitti non si chiudono, si sommano. Quella che era una crisi locale è diventata una reazione a catena che ci coinvolge tutti, anche se indirettamente, attraverso l'economia, le rotte migratorie o, più intimamente, attraverso un senso di impotenza che cresce a ogni notiziario.

Sentiamo che il mondo si sta frammentando e che la distanza geografica non è più uno scudo. La guerra non è più un evento eccezionale, ma un rumore di fondo che accompagna le nostre giornate. Capire cosa sta accadendo in Medio Oriente, oltre l'emozione del momento, non è più solo un esercizio informativo. È il tentativo di dare un nome a questo disordine e di capire se c'è modo di dare una mano a chi è più in difficoltà.

Le radici dei conflitti in Medio Oriente

Esplorare le radici dei conflitti che ancora oggi insanguinano il Medio Oriente non è semplice. Già la stessa definizione di Medio Oriente ha contorni molto sfumati. Il termine, infatti, è figlio di una prospettiva eurocentrica ed è utilizzato per indicare quella porzione di mondo che funge da cerniera tra Africa, Asia ed Europa. Più che una regione dai confini geografici certi, quindi, rappresenta un organismo politico che gravita attorno al nucleo della Penisola Arabica, della Mezzaluna Fertile e dell'altopiano iranico, estendendosi culturalmente dall'Egitto fino alle soglie dell'Asia Centrale.

E se da decenni questa terra è sinonimo di una conflittualità endemica, non è per una fatalità geografica, ma per l'incrocio di tre fattori esplosivi: confini, risorse e identità. La fragilità dell'area affonda le radici nel primo dopoguerra, quando le potenze coloniali europee ridisegnarono la mappa dell'ex Impero Ottomano con confini netti e squadrati, ignorando le secolari convivenze etniche e religiose e creando Stati spesso privi di una reale coesione interna.

Su questa struttura precaria si è innestata la "maledizione" delle risorse: l'abbondanza di idrocarburi e il controllo di stretti marittimi vitali hanno trasformato la regione nel terreno di scontro preferito dalle superpotenze globali, rendendo ogni crisi locale una questione di sicurezza internazionale. Infine, il peso della storia e della fede completa il quadro: il Medio Oriente è il teatro dove si confrontano le ambizioni di antiche potenze imperiali (come la Turchia e l'Iran) e dove la frattura religiosa tra il mondo sunnita e quello sciita viene spesso strumentalizzata per scopi di egemonia regionale. È proprio questa densità di interessi contrastanti, concentrati in un fazzoletto di terra così strategico, a rendere il Medio Oriente il baricentro, spesso tragico, degli equilibri del nostro tempo.

Gli scontri in Medio Oriente: dal conflitto Arabo-Israeliano alle Guerre del Golfo

L'intrecciarsi di questi tre elementi ha fatto sì che la storia del Medio Oriente, dal secondo dopoguerra a oggi, sia segnata da una conflittualità stratificata. In questo scenario, il ruolo degli attori occidentali è stato determinante: inizialmente attraverso il tramonto degli imperi coloniali di Francia e Gran Bretagna, che, come detto, hanno lasciato in eredità confini arbitrari e fragili, e successivamente con l'ascesa degli Stati Uniti, autoproclamatisi "garanti" degli equilibri regionali. L'Occidente ha dunque operato seguendo una doppia direttrice: la protezione delle rotte petrolifere e il sostegno strategico a alleati chiave come Israele e le monarchie del Golfo. Questa presenza si è manifestata in tre macro-categorie di conflitti.

Il conflitto arabo-israeliano (che va avanti dal 1948). Nato dalla spartizione della Palestina e dalla fondazione dello Stato di Israele, questo conflitto è evoluto da scontri tra eserciti regolari a una complessa guerra di logoramento regionale. Oggi, il baricentro dello scontro si è spostato: da un lato il Libano, diventato il principale fronte di attrito a causa della presenza di Hezbollah, e dall'altro l'Iran, che pur non essendo un paese arabo è diventato il principale oppositore strategico di Israele, finanziando la "Rete della Resistenza" in tutta la regione.

Le guerre del Golfo (1980-2003). Si tratta di conflitti nati per il controllo delle riserve energetiche locali, in cui l'intervento occidentale è stato diretto e massiccio. Se nella guerra Iran-Iraq l'Occidente sostenne Baghdad per arginare la rivoluzione islamica, con la Guerra del Golfo (1991) e l'invasione dell'Iraq (2003) gli Stati Uniti hanno tentato di ridisegnare l'architettura politica della regione, abbattendo regimi ostili ma innescando una destabilizzazione di lungo periodo.

Il collasso degli Stati e le "guerre per procura" (dal 2011). L'instabilità seguita alle Primavere Arabe ha trasformato le speranze di riforma di molte popolazioni in tragedie umanitarie, portando al collasso della sovranità in diverse nazioni. Il caso della Siria è il più emblematico: nata come rivolta interna contro il regime di Assad, si è trasformata in una guerra globale dove Russia e Iran hanno schierato truppe a sostegno del governo, mentre Stati Uniti, Turchia e monarchie del Golfo appoggiavano diverse fazioni dell'opposizione. Questo vuoto di potere ha permesso l'ascesa dello Stato Islamico (ISIS) e ha innescato una crisi dei profughi che ha cambiato il volto dell'Europa.

Infine, non si può comprendere pienamente la parabola dei conflitti mediorientali senza guardare all'Afghanistan, che funge da cerniera tra il Medio Oriente e l'Asia Centrale. Le sue guerre (dall'occupazione sovietica degli anni '80 all'intervento ventennale a guida USA iniziato nel 2001) hanno agito come un potente catalizzatore per l'instabilità regionale. È qui che è germogliata l'ideologia del jihadismo globale e dove le superpotenze hanno testato i limiti dell'intervento militare diretto, esportando poi tattiche e radicalismi che avrebbero infiammato l'Iraq e la Siria nei decenni successivi.

Il Medio Oriente oggi: Palestina, Israele, Usa, Libano e Iran

L'attuale escalation del Medio Oriente, però, affonda le sue radici non solo nelle dinamiche storiche appena sintetizzate ma anche in una crisi profonda del diritto internazionale. Il punto di innesco è rappresentato dall'inizio dei bombardamenti israeliani sulla Striscia di Gaza (ottobre 2023), in risposta al feroce attacco di Hamas del 7 ottobre. Secondo molti osservatori internazionali, però, la risposta messa in campo da Israele non è stata una semplice risposta militare, ma un'operazione condotta in violazione dei principi di proporzionalità e distinzione. Tanto che, nel settembre 2025, una commissione d'inchiesta dell'ONU ha formalmente accusato Israele di genocidio e pulizia etnica, mentre la Corte Internazionale di Giustizia (CIG) continua a esaminare il caso sollevato dal Sudafrica, a cui si sono uniti numerosi altri Stati.

In questo clima di tensione, l'allargamento del conflitto al Libano è stato letto dalla comunità internazionale come un'ulteriore violazione della sovranità nazionale.

Il culmine si è raggiunto nel febbraio 2026 con i bombardamenti congiunti di USA e Israele contro l'Iran, duramente condannati da un vasto blocco di nazioni come una palese violazione della Carta delle Nazioni Unite.

Questa azione, definita dai due alleati come "attacco preventivo", è stata duramente condannata da un vasto blocco di nazioni (tra cui Brasile, Cile e i paesi dell'asse euroasiatico) come una palese violazione della Carta delle Nazioni Unite, e ha messo in difficoltà anche alcuni alleati europei degli Stati Uniti (come Francia, Germania e Regno Unito).

La nuova emergenza umanitaria in Medio Oriente

L'incrocio dei conflitti tra Israele, Palestina, Libano e Iran (con l'intervento degli USA) ha generato una catastrofe umanitaria di proporzioni enormi. Al centro di questo abisso rimane la Striscia di Gaza, praticamente cancellata da due anni di ostilità: sono decine di migliaia i morti, centinaia di migliaia i feriti e oltre 2 milioni gli sfollati (90% della popolazione). Il World Food Programme (WFP) ha ufficializzato lo stato di carestia conclamata nel settore settentrionale della Striscia, segnalando che la totalità degli abitanti sopravvive in una condizione di insicurezza alimentare grave.

2M+
Sfollati a Gaza (90% della popolazione)
1M+
Profughi interni in Libano (300mila minorenni)
15M
Persone senza accesso ad acqua ed elettricità in Iran

Questa onda d'urto si è propagata con violenza verso il Libano, dove l'UNHCR (Alto Commissariato ONU per i Rifugiati) stima la presenza di oltre 1 milione di profughi interni (di cui circa 300mila minorenni). Le incursioni e i bombardamenti israeliani nel sud del Paese hanno spinto la popolazione verso Beirut e il nord, portando il sistema sanitario libanese al collasso.

L'escalation di febbraio e marzo 2026 ha infine aperto una nuova voragine in Iran. I bombardamenti congiunti di USA e Israele contro nodi strategici hanno colpito infrastrutture vitali per la sopravvivenza dei civili. Il Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR) riferisce che circa 15 milioni di persone subiscono interruzioni critiche nell'erogazione di acqua ed elettricità, mentre i flussi migratori interni hanno già coinvolto oltre 500.000 persone in fuga dalle aree industriali colpite.

Questo scenario delinea una regione in cui non esistono più "zone sicure": la combinazione tra la distruzione totale di Gaza, l'instabilità del Libano e l'attacco al cuore dell'Iran sta spingendo milioni di esseri umani verso una fuga disperata che travolge i confini e mette in crisi la capacità di risposta dell'intera comunità internazionale.