🔴 Emergenza attiva · Venezuela

Per molti bambini il terremoto continua anche quando la terra smette di tremare

Intervista a Teresa W. Ngigi — Mental Health and Psychosocial Support Advisor, SOS Villaggi dei Bambini

Le ferite fisiche di un terremoto si vedono. Quelle psicologiche, spesso no. Teresa W. Ngigi, specialista internazionale in salute mentale e supporto psicosociale, ci spiega cosa succede nella mente dei bambini e dei minorenni quando la terra trema — e cosa è necessario fare perché il trauma non comprometta il loro futuro.

Di fronte a un evento catastrofico e improvviso come il recente terremoto in Venezuela, quali sono le primissime reazioni psicologiche ed emotive che si riscontrano nei bambini che hanno vissuto la scossa o perso la propria casa o la propria famiglia?

Le prime reazioni possono essere molto diverse da quelle degli adulti. Alcuni possono piangere, alcuni tremano, alcuni restano aggrappati ai genitori o chiedono continuamente se ci sarà un'altra scossa. Altri al contrario sembrano immobili, vanno al freezing, sono silenziosi quasi assenti. Questi segnali dimostrano che ogni bambino è a sé, reagisce diversamente — e questo dipende tantissimo anche dalla reazione degli adulti.

Perché se i bambini vedono che gli adulti sono in distress, anche loro vanno proprio in tilt: il genitore o gli adulti sono il punto di riferimento. Quando questo punto di riferimento cede, il bambino si sente spaesato, solo.

«Il terremoto esterno è proprio come il terremoto interno per il bambino. Tutto quello che conosce è stato scosso: il senso di sicurezza, la fiducia nella casa, negli adulti, nel mondo intorno a lui.»

È quindi molto importante dire subito che molte di queste reazioni sono normali, rassicurare il bambino. Non è una reazione voluta, ma neurobiologica. Il bambino non ha il controllo di come reagisce e sta cercando di riorganizzare dentro di sé qualcosa che è stato improvvisamente spezzato.

Possono comparire anche altri segnali: regressioni, eccessivo attaccamento agli adulti, enuresi notturna, paura del buio, o un modo di parlare più infantile. Negli adolescenti la reazione può essere diversa: irritabilità, chiusura, comportamenti rischiosi, o ritiro completo dalla realtà.

La priorità nelle prime fasi non è far parlare il bambino o indagare cosa è successo. La prima cosa è aiutarlo a sentirsi al sicuro. E per farlo, bisogna prima aiutare gli adulti, perché sono loro il suo punto di riferimento. Bisogna ricostruire la sicurezza sia esterna che interna e ristabilire le routine quotidiane.

Mentre le ferite fisiche sono visibili, il trauma psicologico è spesso silenzioso. Quali sono i sintomi o i comportamenti a cui i genitori e gli operatori sul campo devono prestare massima attenzione per intercettare il Disturbo da Stress Post-Traumatico (PTSD) nei più piccoli?

Innanzitutto bisogna evitare di affrontare la situazione come un disturbo che tutti soffrono. Le persone rispondono agli eventi in modi completamente diversi e non tutte restano traumatizzate. L'evento è traumatico, ma non tutti rimangono traumatizzati. Ci sono fattori di rischio e fattori protettivi: quando i fattori protettivi sono prevalenti — adulti stabili, reti di supporto, continuità scolastica — la possibilità di elaborare il trauma aumenta notevolmente.

Questi segnali non si presentano sempre in parole. La reazione parte dal sistema nervoso simpatico e si esprime attraverso il corpo e il comportamento. I segnali a cui prestare attenzione includono:

  • Incubi ricorrenti o difficoltà ad addormentarsi
  • Risvegli improvvisi
  • Problemi psicosomatici (mal di pancia, mal di testa senza causa medica apparente)
  • Ipervigilanza e sobbalzi a ogni rumore
  • Evitamento di luoghi o situazioni che ricordano il terremoto
  • Aggressività improvvisa in bambini che erano tranquilli
  • Dissociazione: presenti ma assenti, nel loro mondo

Teresa Ngigi descrive cinque risposte tipiche del sistema nervoso di fronte al trauma:

  • 1 Fight (lotta): il bambino diventa aggressivo, attacca chi si prende cura di lui o le cose intorno. Dentro questa reazione c'è paura, angoscia, terrore.
  • 2 Flight (fuga): isolamento, ritiro, dissociazione dalla realtà. Il bambino si chiude in se stesso perché tutto il mondo diventa un pericolo.
  • 3 Freezing (congelamento): il bambino non sente più niente, non percepisce più niente. È presente ma completamente chiuso dalla realtà esterna.
  • 4 Fawning (compiacenza): il bambino cerca di essere utile, sempre disponibile, sempre sorridente. Diventa "piccolo adulto". Un segnale spesso non riconosciuto.
  • 5 Fainting (collasso): la persona si allontana dalla realtà. Diverso dal freezing: qui il bambino non è presente, come gli animali che fingono di essere morti per non essere attaccati.

Un'altra reazione da non sottovalutare è il survivor guilt — il senso di colpa per essere sopravvissuti. I bambini possono vivere con questa colpa e gli adulti devono trovare il modo di rassicurarli: non è colpa loro.


Il Venezuela sta già attraversando da anni una complessa situazione socio-economica. In che modo questa preesistente vulnerabilità amplifica l'impatto del trauma del terremoto sulla mente di un bambino?

Un terremoto non colpisce mai una mente nel vuoto. Arriva dentro una storia personale, familiare, sociale. Quando un bambino vive già in un contesto segnato da povertà, insicurezza alimentare, migrazione, carenza di servizi sanitari e scolastici, il trauma si somma a vulnerabilità preesistenti.

«In questi casi, il bambino non perde soltanto un luogo fisico: può perdere anche l'ultima parte di prevedibilità che gli era rimasta.»

Le risorse protettive di cui parlavamo — una casa stabile, una scuola funzionante, adulti disponibili, servizi di salute mentale, reti comunitarie — possono essere già fragili prima della scossa. La vulnerabilità socio-economica aumenta anche lo stress dei genitori: un adulto esausto o terrorizzato non riesce ad essere emotivamente disponibile per il proprio figlio, e quindi non riesce a contenere il suo dolore.

Per questo motivo, il supporto psicologico in emergenza è sacrosanto, ma non può essere separato dall'accesso al cibo, all'acqua, al riparo, alla protezione e alla scuola. Non si può parlare di trauma a un bambino che sta morendo di fame. Tutti gli aiuti devono essere coordinati e integrati: sono elementi che insieme contribuiscono a ristabilire la sicurezza mentale.

Nelle situazioni di emergenza e sfollamento, il rischio di separazione dai genitori è altissimo. Quanto incide la perdita temporanea o definitiva dei punti di riferimento familiari sulla capacità di un bambino di superare lo shock? E la perdita di scuola e routine?

La presenza di un adulto di riferimento — stabile e sano — è uno dei fattori protettivi più potenti dopo un trauma. Per un bambino la sicurezza non è un concetto astratto: ha il volto, la voce, il corpo di chi si prende cura di lui. La separazione dai genitori o dai caregiver, anche temporanea, amplifica enormemente la paura e il terrore, perché il bambino perde la persona che dovrebbe aiutarlo a dare senso a ciò che è accaduto.

Nel caso in cui un bambino perda definitivamente un familiare, serve un accompagnamento specifico nel lutto. Con parole semplici e vere, adeguate all'età. A volte si cerca di proteggere il bambino dicendo mezze verità, ma questo a lungo andare lo danneggia: bisogna sempre rispettare la verità.

Anche la scuola e la routine sono fondamentali: sono punti di riferimento, una forma di cura. Tornare a orari prevedibili, ad attività educative, a spazi di gioco e relazioni con i pari aiuta il cervello del bambino a capire che il pericolo non è continuo: è successo, è passato.

«Dobbiamo riuscire a trovare child-friendly spaces: ambienti dove i bambini trovano una forma di normalità in una situazione anormale. Spazi sicuri che proteggono, osservano e intercettano precocemente chi ha bisogno di aiuto più mirato.»


Il post-terremoto dura anni. Quali sono le strategie terapeutiche e di supporto educativo necessarie nel lungo periodo per garantire che la ferita del trauma non comprometta lo sviluppo e il futuro di questi bambini?

Il terremoto dura pochi secondi, ma i danni durano molto più a lungo. La risposta non può esaurirsi nella fase acuta: dopo i riflettori dell'emergenza, molti bambini continuano a convivere con lutti, sfollamenti, precarietà abitativa e interruzioni scolastiche.

Nel lungo periodo servono interventi a più livelli, secondo il framework dell'Inter-Agency Standing Committee sulla salute mentale, approvato da WHO e UNICEF:

Livello 1

Comunitario

Rafforzare famiglie, scuole, reti locali, attività ricreative e child-friendly spaces.

Livello 2

Educativo

Formare insegnanti e operatori a riconoscere i segnali di disagio e usare pratiche sensibili al trauma.

Livello 3

Psicologico mirato

Interventi individuali, familiari o di gruppo per bambini con sintomi persistenti, basati sull'età e sul contesto culturale.

Livello 4

Specialistico

Psicologi, psichiatri, servizi sociali, counselor per i casi più gravi che necessitano di supporto clinico.

«L'obiettivo non è cancellare il ricordo del terremoto, ma impedire che diventi l'unica lente attraverso cui il bambino guarda se stesso e il futuro.»

Come possono i genitori supportare i bambini nella paura del terremoto, anche di nuove scosse, se per primi loro stessi ne sono terrorizzati?

I bambini leggono il mondo attraverso gli adulti. Non possono interpretare nulla se non attraverso genitori e caregiver. Questo non significa che un genitore debba fingere di non aver paura: l'autenticità è fondamentale.

Il genitore può dire, con parole semplici: «Anch'io mi sono spaventato, ma ora siamo insieme e stiamo facendo tutto il possibile per proteggerci.» Negare l'emozione non funziona: il bambino vede, il bambino sa, il bambino perde fiducia. Ha bisogno di un adulto autentico, ma non travolto.

Aiuta parlare in modo concreto: spiegare dove si dorme, chi è con loro, cosa fare in caso di nuova scossa. Anche i piccoli rituali quotidiani — mangiare insieme, raccontarsi delle storie, preparare lo zaino, disegnare — servono a restituire al bambino un senso di controllo che il terremoto gli ha sottratto.

«Il supporto psicosociale agli adulti è indirettamente una forma essenziale di protezione ai bambini e ai minorenni. Dobbiamo investire le nostre risorse ad aiutare gli adulti, perché a loro volta aiuteranno i ragazzi.»

 

Chi è l'esperta

Teresa W. Ngigi

Teresa W. Ngigi è una specialista internazionale in salute mentale e supporto psicosociale, specializzata nell'assistenza informata sul trauma. Lavora come Advisor per la salute mentale e il supporto psicosociale presso SOS Villaggi dei Bambini. Svolge anche il lavoro di capacity strengthening su vari approcci e interventi evidence based.

L'obiettivo principale di Teresa nella vita è fare la differenza nella vita delle persone e offrire speranza, mostrando che è possibile spezzare i legami che impediscono loro di vivere pienamente.

www.teresangigi.com →

Dona per i bambini del Venezuela

Dona ora