Protezione e accoglienza
– 07.08.2025
Tratta di esseri umani in Italia, sono le donne le principali vittime delle nuove forme di schiavitù
In Italia, ancora oggi, ogni anno, tra le 2.000 e le 3.000 persone sono vittime di tratta e circa 20.000 sono quelle considerate a rischio. Si tratta, nella maggior parte dei casi, di donne straniere che si ritrovano a subire sfruttamento sessuale. Sono loro le nuove schiave, eredi contemporanee di un fenomeno tanto vergognoso quanto antico.
La parola schiavitù evoca nella mente della maggior parte delle persone eventi lontani secoli, che identificano diversi fenomeni storici, susseguitisi nel corso del tempo. Nell’antichità, ad esempio, la schiavitù era una componente strutturale delle società, accettata, regolamentata e integrata nell’economia e nella cultura. Nell’antica Roma, in Grecia, in Egitto e in Mesopotamia, gli schiavi erano spesso prigionieri di guerra, debitori insolventi o figli di altri schiavi. Questi uomini e queste donne erano considerati proprietà dei loro padroni, quindi privi di diritti, e venivano usati per lavorare nei campi, nelle miniere, nelle case o nei cantieri pubblici. Secoli dopo, con la nascita e l’espansione dei grandi imperi coloniali, la tratta assunse una nuova forma: sistematica, globale e profondamente razzista. È la cosiddetta tratta atlantica, che ha visto la deportazione forzata di oltre 12 milioni di africani verso le Americhe. Strappati ai loro villaggi, venduti nei porti e imbarcati in condizioni disumane, gli schiavi venivano utilizzati nelle piantagioni di zucchero, cotone e tabacco. La tratta era alimentata da un enorme interesse economico e da una giustificazione ideologica razzista che portava le persone di pelle bianca a sentirsi superiori a quelle con la pelle nera. Questa fase storica, durata molto a lungo (dal 1400 fino agli albori del ‘900), ha rappresentato una ferita profonda per tutta l’umanità e ha lasciato un’eredità spesso ancora tristemente visibile. La reazione a quell’orrore sono stati i movimenti abolizionisti ottocenteschi che sono riusciti a far bandire la schiavitù per legge. Un processo culminato nella firma, a Ginevra, nel 1926, della Convenzione sulla schiavitù. Eppure, la tratta di esseri umani non è scomparsa del tutto. Sarebbe bello poter credere che la vergogna dello schiavismo sia relegata a un passato da cui prendere la distanza. La realtà ci dice che non è così.
Cos’è la tratta di esseri umani, definizione di un fenomeno tragicamente attuale
La tratta di esseri umani esiste ancora oggi ed è fortunatamente considerata una grave violazione dei diritti umani fondamentali. A definirne i contorni, nell’ambito del diritto internazionale, ci pensa l’articolo 3 del Protocollo di Palermo, approvato nel 2000 contestualmente alla Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale, espressamente dedicato a prevenire, reprimere e punire la tratta di persone, in particolare donne e bambini.
Secondo questo testo, la tratta consiste nel:
“reclutamento, trasporto, trasferimento, accoglienza o accoglimento di persone, mediante la minaccia o l'uso della forza o di altre forme di coercizione, rapimento, frode, inganno, abuso di potere o di una situazione di vulnerabilità, o della concessione o ricezione di pagamenti o benefici per ottenere il consenso di una persona che ha autorità su un'altra, a fini di sfruttamento”.
Lo sfruttamento può includere:
- sfruttamento della prostituzione altrui o altre forme di sfruttamento sessuale;
- lavoro o servizi forzati;
- schiavitù o pratiche analoghe alla schiavitù;
- servitù;
- espianto di organi.
Un elemento fondamentale della normativa internazionale è che il consenso della vittima è irrilevante per la concretizzazione della violazione quando sono presenti coercizione, inganno o abuso di potere.
I riferimenti normativi internazionale per la lotta alla schiavitù
Oltre al Protocollo di Palermo, altri riferimenti chiave nella lotta internazionale contro le nuove forme di schiavismo sono:
- la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla lotta contro la tratta di esseri umani (Convenzione di Varsavia, 2005), in vigore in Italia dal 2010, che rafforza le misure di protezione delle vittime e la prevenzione del fenomeno;
- la Direttiva 2011/36/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, recepita in Italia con il D.Lgs. 24/2014, che introduce un approccio integrato e centrato sui diritti umani, con attenzione anche alla prevenzione e alla protezione delle vittime.
Inoltre, pur se non direttamente dedicati alla tratta di esseri umani, meritano di essere menzionati come documenti normativi rilevanti:
- la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (1948, art. 4), che sancisce il principio secondo cui “nessuno può essere tenuto in stato di schiavitù o servitù”;
- la Convenzione europea per la salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà fondamentali (1950), che rafforza il divieto della schiavitù e del lavoro forzato in ambito europeo;
- la Convenzione sull’abolizione del lavoro forzato (1957), adottata dall’OIL (Organizzazione Internazionale del Lavoro), che obbliga gli Stati a eliminare ogni forma di lavoro forzato o obbligatorio.
- la Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne (CEDAW, 1979), che affronta il tema delle forme di sfruttamento specificamente legate al genere;
- la Convenzione sulla protezione dei minori e sulla cooperazione in materia di adozione internazionale, che intende prevenire pratiche abusive come il traffico di minori mascherato da adozioni legali;
- la Convenzione sui diritti dell’infanzia (1989), che tutela i minori da ogni forma di abuso, sfruttamento sessuale, tratta e lavoro forzato;
- la Convenzione sulle peggiori forme di lavoro minorile (OIL, 1999), che inserisce la tratta di minori tra le peggiori forme di sfruttamento da abolire con urgenza.
Infine, a livello europeo, merita di essere menzionato il prezioso lavoro portato avanti da GRETA, Gruppo di esperti sulla lotta contro la tratta di esseri umani (GRETA), istituito dal Consiglio d'Europa.
Il traffico di esseri umani in Italia: i dati del report GRETA
In questo reticolato di norme internazionali e continentali si colloca ovviamente anche l’Italia, che purtroppo continua a essere un Paese di destinazione (e in parte anche di transito) per le vittime della tratta di esseri umani. I dati ufficiali, contenuti nel rapporto GRETA 2024 e raccolti dal Sistema Informatizzato di Raccolta Informazioni sulla Tratta (SIRIT) e dal Numero Verde Anti-tratta, mostrano un andamento fluttuante negli ultimi anni: si è passati dalle 3.555 potenziali vittime identificate nel 2018 a circa 2400 nel 2022. Nel mezzo, ci sono stati picchi verso il basso (2166 casi nel 2020) e verso l’alto (3800 casi nel 2019). Queste cifre, però, non rendono ragione della diffusione del fenomeno. Si tratta, infatti, di numeri che rappresentano solo la punta dell’iceberg: secondo le stime della linea nazionale anti-tratta, in Italia ci sarebbero tra le 15.000 e le 20.000 persone a rischio. Esiste, quindi, un traffico di esseri umani sommerso, frutto di molteplici fattori: difficoltà nell’identificazione, timore da parte delle vittime di essere punite o espulse, scarsa attenzione verso forme di sfruttamento diverse da quello sessuale. Quest’ultimo, infatti, è il movente principale che sta all’origine dello schiavismo contemporaneo, anche se in calo. L’84% delle vittime identificate nel 2018, infatti, subiva sfruttamento sessuale, ma questa percentuale è scesa al 59% nel 2022. Al contrario, i casi di sfruttamento lavorativo sono in aumento: rappresentavano il 10% nel 2018 e sono saliti al 38% nel 2022, con settori ad alto rischio come agricoltura, edilizia, ristorazione, tessile, lavoro domestico e ospitalità. Meno frequenti, ma comunque presenti, sono lo sfruttamento per accattonaggio, i matrimoni forzati, la servitù domestica e la criminalità coatta. Ma chi sono le vittime di tratta? In maggioranza sono donne (circa l’80%), anche se i casi che coinvolgono uomini e persone transgender sono in crescita. Un numero rilevante di queste donne, poi, è in gravidanza o con figli piccoli. I minori rappresentano invece il 3,4% delle vittime. Le principali nazionalità di provenienza sono Nigeria (68,4%), Costa d’Avorio, Pakistan, Bangladesh e Marocco. Va infine segnalato che circa la metà delle persone individuate come potenziali vittime rifiuta o non accede ai programmi di assistenza. Solo il 35% vi aderisce, mentre il resto o non viene valutato, o decide di non proseguire per paura o sfiducia.
Protezione e tutela delle vittime di tratta in Italia, tra luci ed ombre
Al di là dei numeri, però, il Rapporto GRETA ha il compito di monitorare l’effettiva applicazione in Italia delle norme che la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla lotta contro la tratta di esseri umani pone a tutela delle vittime di questo fenomeno. E il responso presente luci ed ombre. In particolare, vengono salutate con favore le approvazioni del secondo Piano Nazionale anti-tratta (2022–2025) e del Piano nazionale contro lo sfruttamento lavorativo in agricoltura. Allo stesso modo, sono iniziative che vanno nella giusta direzione sia l’aumento dei fondi per i progetti anti-tratta (dal 2024) e l’attivazione di sportelli interistituzionali e piattaforme multilingua in alcune regioni del Sud. Su molti fronti, però, la strada da fare è ancora linga. Ad esempio, per quanto riguarda accesso alla giustizia e rimedi a favore delle vittime di tratta, si rilevano:
- la mancanza di efficaci strumenti di informazione rispetto ai diritti spettanti;
- la debolezza dell’assistenza legale gratuita, subordinata a requisiti economici spesso difficili da provare per una persona di origine straniera;
- la difficoltà nell’ottenimento degli indennizzi;
- l’assenza di una norma specifica sulla non punibilità di chi subisce tratta, spesso perseguito per reati come possesso di documenti falsi o immigrazione irregolare;
- l’instabilità del modello di protezione basato su progetti e affetto da cronica mancanza di risorse per strutture e personale;
- la difficoltà nell’ottenimento del permesso di soggiorno, che ostacola l’inclusione sociale e lavorativa.
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