bambini in orfanotrofio
Protezione e accoglienza

Esistono ancora gli orfanotrofi in Italia?

Molte persone si chiedono ancora oggi se esistano orfanotrofi in Italia, nonostante la legge li abbia aboliti quasi 20 anni fa. La parola orfanotrofio è ancora molto diffusa nel linguaggio comune e molto cercata online, vale la pena, quindi, ricostruire la storia di queste istituzioni e della loro chiusura, che ha consentito il passaggio a un sistema basato su due pilastri: le case-famiglia e l’affido familiare.

In Italia, migliaia tra bambini e ragazzi vivono lontano dalla propria famiglia d’origine. Questo accade perché il nucleo familiare in cui sono nati, per fragilità, violenza, povertà o abbandono, non è in grado di garantire loro la protezione e la stabilità necessarie al loro sviluppo. Nel 2023, secondo il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, sono stati 30.936 i minorenni effettivamente fuori famiglia, accolti in comunità educative o in affido familiare per almeno cinque notti a settimana. Se si considera anche chi ha vissuto accoglienze più brevi o parziali, il numero sale a 33.310. E se si includono anche i minori stranieri non accompagnati, la cifra complessiva raggiunge i 42.002. Le regioni con il maggior numero di bambini fuori famiglia sono Lombardia, Sicilia, Emilia-Romagna, Piemonte, Lazio, Puglia e Campania. In rapporto alla popolazione minorile, il tasso nazionale è di 3,5 bambini ogni 1.000 residenti tra 0 e 17 anni, con picchi fino a 6,1 in Liguria.

Sono numeri importanti, che spesso restano invisibili. Nell’immaginario collettivo, quando si parla di questi bambini, si usano ancora parole del passato, come orfani e orfanotrofi. Termini che evocano istituzioni chiuse e lontane, ma che ancora oggi fanno parte del linguaggio comune. La verità, invece, è che in Italia gli orfanotrofi non esistono più da quasi vent’anni. Sono stati sostituiti da modelli di accoglienza più piccoli, più umani, pensati per restituire ai bambini relazioni stabili e contesti di crescita dignitosi. In questo articolo ripercorriamo la storia degli orfanotrofi in Italia, spieghiamo come e perché sono stati superati, e raccontiamo cosa succede oggi a un bambino che viene allontanato dalla propria famiglia. Per capire davvero, per chiamare le cose con il loro nome. E per non voltarsi dall’altra parte.

Breve storia degli orfanotrofi in Italia

Partiamo dal principio. La storia degli orfanotrofi in Italia affonda le sue radici nel Medioevo, quando le prime istituzioni di accoglienza per bambini abbandonati nascevano su iniziativa delle confraternite religiose. Erano luoghi di carità, spesso legati alla Chiesa, che cercavano di salvare dalla strada e dalla morte i neonati lasciati nei “ruotini” o presso i conventi.

Con l’Unità d’Italia, a partire dal 1861, l’assistenza all’infanzia divenne una competenza pubblica. Gli orfanotrofi iniziarono ad assumere una forma più istituzionalizzata: strutture grandi, rigide, organizzate secondo logiche educative standardizzate, dove l’obiettivo principale era garantire sopravvivenza e disciplina. I bambini non venivano più semplicemente accolti, ma “corretti” e formati secondo i valori dominanti dell’epoca.

Nel corso del Novecento, poi, gli orfanotrofi sono rimasti al centro del sistema di tutela dell’infanzia, spesso come unica soluzione disponibile per bambini che avevano perso le cure genitoriali, abbandonati o allontanati dalle famiglie. Tuttavia, a partire dagli anni ’70, grazie a nuove sensibilità pedagogiche e psicologiche, l’efficacia e l’umanità di queste strutture ha iniziato ad essere messa in discussione.

Studi e testimonianze hanno mostrato come l’ambiente dell’orfanotrofio, per quanto sicuro dal punto di vista materiale, non fosse in grado di garantire ai bambini relazioni affettive stabili né un adeguato sviluppo emotivo. L’istituzionalizzazione veniva sempre più percepita come una forma di segregazione, che rischiava di produrre effetti negativi sul piano identitario e relazionale.

La chiusura degli orfanotrofi: quando, come e perché

Questa consapevolezza ha portato ad un lungo percorso di riforma, culminato nella Legge n. 149 del 28 marzo 2001, che ha modificato profondamente il quadro normativo italiano in materia di tutela dei minori. La normativa in questione, infatti, ha stabilito in modo chiaro che i bambini e gli adolescenti privi di un ambiente familiare adeguato non devono essere collocati in istituti, ma, in via prioritaria, in famiglie affidatarie o, solo in seconda istanza, in strutture a carattere familiare, come le comunità educative o le case famiglia. In particolare, l’articolo 2 della legge prevedeva espressamente la chiusura degli orfanotrofi entro il 31 dicembre 2006, fissando così una scadenza concreta per il superamento definitivo di queste strutture in Italia.

Per il Paese, si trattò di un passaggio storico, maturato, come detto, dopo decenni di dibattito e di sperimentazioni sociali. Una decisione che quindi non fu solo tecnica ma anche culturale e pedagogica: si riconobbe che crescere in ambienti impersonali, con operatori a rotazione e senza figure adulte stabili, esponeva i minori a un rischio elevato di isolamento affettivo, difficoltà relazionali e fallimenti evolutivi. La chiusura degli orfanotrofi fu quindi motivata dal principio secondo  cui ogni bambino ha diritto a crescere in un contesto che somigli il più possibile a una famiglia, dove possa costruire legami significativi e sentirsi parte di una rete affettiva.

Sotto il profilo operativo, il superamento degli istituti ha richiesto, e richiede ancora oggi, un grande impegno organizzativo e politico. Non tutti i territori si sono mossi con la stessa velocità e coerenza: in alcune regioni il passaggio alle nuove forme di accoglienza è stato rapido e virtuoso, in altre più lento e complesso. Tuttavia, a livello formale, gli orfanotrofi in Italia non esistono più: il loro posto è stato preso da modelli educativi più piccoli, relazionali e centrati sul minore.

Case-famiglia e affido: come funziona oggi l’accoglienza

L’accoglienza di un minore fuori dalla sua famiglia di origine si basa su nuovi modelli educativi che si sostanziano in due opzioni:

  • Affidamento familiare. È la forma di accoglienza ritenuta preferibile dalla legge. Prevede che il minore venga temporaneamente accolto da una famiglia diversa da quella d’origine, scelta e supportata dai servizi sociali. Questa tipologia di affidamento eterofamiliare può essere consensuale o disposto dal tribunale per i minorenni, e ha una durata variabile, con l’obiettivo primario di garantire al bambino stabilità e cura in un momento di difficoltà, favorendo – se possibile – il rientro nella famiglia biologica.
  • Strutture residenziali a dimensione familiare, come le case-famiglia o le comunità educative. Le prime sono strutture residenziali di piccole dimensioni, che ospitano in genere tra i 4 e i 6 minori, e sono gestite da educatori professionisti o da coppie “residenziali” che vivono nella struttura con i bambini, cercando di creare un clima relazionale simile a quello di un nucleo familiare. Le comunità educative, invece, sono più strutturate, accolgono gruppi di minori con percorsi educativi e psicologici più complessi, pur mantenendo un numero contenuto di ospiti (di norma non più di 10).

La scelta tra affido e accoglienza in struttura ovviamente non è casuale: dipende dalla storia del bambino, dalla sua età, dai suoi bisogni educativi e affettivi, ma anche dalla disponibilità di famiglie affidatarie nei territori. Entrambi i percorsi sono seguiti da un’équipe di professionisti (assistenti sociali, psicologi, educatori) che accompagnano il minore in tutte le fasi del progetto.

I due modelli condividono un obiettivo chiaro: offrire a ogni bambino un contesto affettivo stabile, relazioni significative e la possibilità di crescere in un ambiente sicuro. In questo sistema, il bambino non è più “istituzionalizzato”, ma accolto e accompagnato in modo personalizzato. L’obiettivo è sempre lo stesso: non lasciarlo solo, non spezzare il suo futuro, offrirgli una possibilità concreta di crescere e ricominciare.

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