Risposta all'emergenza - Ucraina – 15.03.2022

Essere al sicuro ma sentirsi peggio

Alina Bobko è una psicologa che lavora con SOS Villaggi dei Bambini Ucraina. Oggi è al sicuro, ma come molti rifugiati lotta con il senso di colpa proprio dei sopravvissuti.

Alina Bobko è una psicologa che lavora con i giovani seguiti da SOS Villaggi dei Bambini Ucraina nella regione di Kiev. Il decimo giorno di guerra, Alina è stata costretta a fuggire dal suo Paese. Anche se ora al sicuro, Alina, come molti rifugiati ucraini, lotta con il senso di colpa proprio dei sopravvissuti.

In questa intervista, Alina condivide come la guerra distrugge vite e influisce sulla salute mentale.

Alina, raccontaci, come è iniziato tutto?

Il 24 febbraio, alle 5 del mattino, ci siamo svegliati con un’esplosione. Mio marito ha detto che era solo un sogno e non c'era nulla di cui aver paura.

Poi è arrivata la seconda esplosione, sono suonate le sirene. Siamo corsi alle finestre. Ci siamo resi conto che stava succedendo qualcosa di tremendo, ma non potevamo ancora crederci.  Speravamo fossero solo petardi molto vicini.

Vova, un giovane che era stato accolto nel nostro Villaggio SOS, era nel suo appartamento quella notte. L'ho subito chiamato. Ha detto che stava dormendo, stanco del suo turno di lavoro il giorno precedente, e non ha sentito nulla. Gli ho detto di venire subito da noi.

 

Come e dove la tua famiglia ha trascorso i primi giorni di guerra?

Siamo rimasti a casa a Brovary per due giorni. Ci siamo resi conto che la situazione stava diventando davvero pericolosa. Con noi c'era mio nipote di quattro anni, il figlio di mia sorella che era andata in Georgia pochi giorni prima dell'invasione.  Eravamo in cinque: io, mio marito, nostro figlio dodicenne, Vova e il mio nipotino.

Abbiamo oscurato le finestre e preparato un rifugio. Ben presto ci siamo resi conto che non era abbastanza sicuro, ma non lo era nemmeno correre verso il rifugio antiaereo più vicino a noi.

Il 26 febbraio, abbiamo deciso di andare dai parenti fuori città e rimanere nel loro seminterrato.  Anche in quel non ci sentivamo comunque al sicuro. La loro casa non è lontana dall'aeroporto di Boryspil, quindi quando ci sono state le esplosioni all'aeroporto, abbiamo sentito tutto.

 

Perché hai deciso di andartene?

Non avevamo intenzione di andarcene, ma viste le continue esplosioni e il pericolo costante, abbiamo deciso di portare in salvo mio figlio e mio nipote, che stavano già iniziando ad avere incubi. Gridavano e si agitavano nel sonno, come se corressero da qualche parte. Mio nipote ha sviluppato un tic nervoso.

Era un tale caos. Abbiamo scoperto che un treno stava partendo da Kiev per l'Ucraina occidentale. Non ci importava dove saremmo andati, contava più allontanarsi da ciò che stava accadendo.  C'erano già posti di blocco militari, stava già diventando difficile lasciare il luogo dove ci trovavamo.  Dopo tre giorni, io, mio figlio, mio nipote e la sorella di mia madre siamo partiti su un treno per Uzhhorod (nell'Ucraina occidentale, al confine con la Slovacchia).

 

Quanto è stato difficile lasciare l'Ucraina?

È stato molto difficile. Prima di Uzhhorod, abbiamo trascorso 17 ore sul treno senza mai sederci. Mio figlio dormiva in piedi, appoggiato sulla mia spalla. Volevamo portare mio nipote in una cuccetta di un vagone, ma era già occupata da 15 persone. Molti sono scesi dal treno a Leopoli, così i bambini hanno potuto sedersi sui nostri zaini.

Il nostro piano era di attendere gli sviluppi del conflitto in Ucraina occidentale.

Abbiamo sentito da Kiev che sarebbe stato meglio fuggire con i bambini in Europa nel caso in cui fossero stati presenti parenti lì. Le informazioni dicevano che sarebbe stata una notte difficile. Ad essere onesti, ora sono assolutamente confusa rispetto alla cronologia di quanto è accaduto.  Non so quando collocarli. So solo che stavano parlando di una notte difficile in arrivo e, proprio in quel momento, abbiamo deciso di andare oltre. Ci sono volute altre 24 ore per arrivare a casa di mia sorella [nell'Europa centrale].

 

Come ti senti ora?

Ad essere onesti, emotivamente mi sento molto peggio che a casa. Sono qui senza mio marito, che potrebbe calmarmi. Se lui fosse qui sarei in grado di rilassarmi un po'. Mio marito e Vova si trovano attualmente in una regione diversa, ma dormono ancora negli scantinati. Pensar e a loro mi spezza il cuore.

Qui, già il secondo giorno ho iniziato a sentire un forte carico emotivo. Mi sento in colpa. Capisco che sono al sicuro qui, nessuno sta sparando, non ho bisogno di correre da nessuna parte, sono in un posto caldo, gli operatori si prendono cura di me e dei miei bambini. 

Eppure emotivamente mi sento molto peggio qui, rispetto a quando ero in Ucraina. Ho mio marito, Vova e i miei genitori lì.

 

Hai bisogno di aiuto?

Sì, ho bisogno di supporto psicologico. Non rinuncerei a questo servizio perché sono anche in costante contatto con i giovani [seguiti da SOS Villaggi dei Bambini].  Sono in contatto regolare con loro e dicono che ora stanno tutti bene. Cinque si trovano nella regione di Kiev dove è stata bombardata una chiesa.

Qualche volta i ragazzi mi chiamano di notte. La notte è il momento in cui pensi di più e inizi a sentirti male emotivamente. Sento la paura e l'ansia nelle loro voci. Dopo le chiamate ho bisogno di una supervisione professionale. Sono una psicologa di formazione e capisco che non sarò in grado di aiutare i ragazzi se non ho la possibilità di prendermi cura anche delle mie emozioni.

Facevo beneficenza, garantivo supporto ai bisognosi, prestavo aiuto e offrivo consigli. Ora, in un Paese straniero, le persone aiutano la mia famiglia. È una sensazione molto strana trovarsi dall’altra parte.

Tuttavia sono certa che io, come milioni di ucraini, tornerò a casa, ricostruirò la mia vita e mi ricongiungerò con la mia famiglia.

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